DOMANDA: “Don Felice, dove vuoi arrivare?”

RISPOSTA: Io non voglio arrivare, è da parecchio che sono arrivato. Non voglio andare da nessuna parte: ci sono già arrivato da parecchio.

Le cose che dico non ve le ho dette prima, non perché non ci ero ancora arrivato, ma perché guardandovi in faccia non vi ritenevo capaci di capire certe cose.

Intendevo arrivare ad essere un “intellettuale non organico”. Che vuol dire “intellettuale”? Intellettuale non è colui che sa tutto: quello che sa tutto è un cretino, perché sa tutto e non sa niente. “Intellettuale” è uno che traffica con l’intelletto e si serve dell’intelletto per zappare il mondo, perché solo zappando il mondo si respira aria pura, si vedono cieli limpidi, ci si sente liberi. Invece chi non zappa il mondo con l’intelletto rimane asfittico e pieno di anidride carbonica.

Oggi va di moda l’intellettuale al servizio di un partito, di una causa, ecc. L’intellettuale puro è colui che traffica con l’intelletto e con l’intelletto zappa, raschia il mondo. L’intellettuale è un criminale che uccide tutte le favole che gli uomini si costruiscono per stare tranquilli.

Il filosofo è un criminale. Il filosofo non capisce la democrazia. Se si pensa che “la verità si fa, ma la verità non è”, allora l’ultimo cretino si presenta e dice “io ho il diritto di dire la mia”. La verità è quella che è, non si può “fare”. Infatti oggi la filosofia è in crisi, perché si è messa a servizio, non zappa più il mondo, non raschia, sta al servizio della sopravvivenza. Il filosofo oggi dice che proprio perché l’umanità deve sopravvivere è necessario che la verità non ci sia, perché se c’è verità, c’è intolleranza. Se c’è intolleranza ci si ammazza e allora si conclude che la filosofia deve cercare quel giusto mezzo, quella tolleranza che permette a tutti di vivere.

Ma la verità non è democratica: questo l’avevano capito i primi cristiani.

A Roma c’era il Pantheon (“pan” vuol dire “tutti”, “theos” vuol dire “divinità”; quindi “tutte le divinità”). Quando i romani conquistavano un popolo – erano intelligenti i romani, non intellettuali: avevano un’intelligenza politica – non dicevano al popolo conquistato: “i vostri dei sono falsi”, perché così si sarebbero messi contro i popoli che conquistavano; molto intelligentemente, invece, dicevano: “i vostri dei sono veri quanto sono veri i nostri”. Il Pantheon serviva proprio a conciliare tutte le verità di fede, in modo tale che tutte le divinità fossero ben rappresentate in quel luogo e che nessuno si offendesse. Quando dagli estremi confini delle terre conquistate si recavano a Roma, i popoli vinti potevano visitare il Pantheon e trovare lì il proprio dio alla pari degli altri. Ovviamente – dicevano i romani – l’imperatore sta al di sopra di tutti questi dei! Questo perché il principio unificatore ci deve stare sempre: un minimo di gerarchia è necessaria. Così anche ai cristiani fecero la proposta: “visto che Gesù è Dio, mettiamo anche lui nel Pantheon insieme agli altri”. “E no!”, rispondevano i primi cristiani.

I primi cristiani non avevano il concetto di “democrazia” e cioè del fatto che il potere sta nel popolo, perché ritenevano che la verità non sta nella persona, ma è qualcosa che viene da fuori: la verità molto spesso ti offende, ti lacera, ti opprime. La verità non nasce dentro di te. È vero che alcuni, a volte, si rifanno al detto di S. Agostino “veritas in interiore hominis”, cioè “la verità sta all’interno”: ma S. Agostino non voleva dire che la verità sta nell’interno nel senso che basta mettere le mani in questo fondo melmoso che è la propria coscienza, per tirarci fuori quel qualcosa che è la verità. S. Agostino voleva dire, invece, che se non cominci a riflettere, se non cominci a pensare, a fare l’intellettuale, cioè a trafficare con l’intelletto e a zappare il mondo, la verità non la potrai mai conoscere. Quel detto di S. Agostino, quindi, non vuol dire che ogni uomo ha la verità dentro di sé, alla sua portata e che per questo può farne quello che vuole.

Ora, i primi cristiani, che non avevano il concetto di democrazia, rimanevano male di fronte alla proposta di mettere Gesù alla pari con gli altri dei e si rifiutavano di accettare questo compromesso. Per questo venivano perseguitati.

Voglio essere intellettuale: voglio essere, cioè, uno che traffica con l’intelletto e vorrei che il mio intelletto fosse sempre come una punta di diamante che spacca tutto a metà.

Diceva San Paolo che la parola di Dio è come una spada affilata a doppio taglio, che separa il midollo dall’osso.

Qui non insegno, qui tengo una scuola. L’insegnamento è un fatto vostro, non mio. Insegnare vuol dire che voi ricevete un segno: ora, che riceviate o no un segno da quello che io vi dico sono fatti vostri.

Io, invece, qui tengo una scuola. Il tempo della scuola è il tempo riservato all’ozio, il tempo che sottraggo alla fatica quotidiana, in cui mi diverto a mettere in croce il mondo, perché quando lavorate è il mondo che mette in croce voi, invece in questa scuola di intelletto io mi provo, mi metto alla prova e tento di mettere in croce il mondo. È questo che intendo essere.

Il povero Socrate fu costretto a bere la cicuta, perché era un intellettuale. Gesù fu buttato fuori dalla città di Gerusalemme e fu messo in croce, perché siccome era intellettuale, nel senso che trafficava con l’intelletto, con la verità e con la verità zappava il mondo – e quando zappava Gesù erano cose amare – allora si ritenne che Gesù non potesse essere mai funzionale alla costruzione della società umana, terrena per cui l’unica cosa da fare era buttarlo fuori dalla città. Per questo è importante il fatto che Gesù venga crocifisso fuori dalla città: perché non è funzionale alla città. La città è soltanto fondata su numerose e mai terminate e mai finite favole che ci raccontiamo continuamente. È tutta una metafora la nostra vita sociale.

Quindi, Gesù con l’intelletto zappa. Io cerco di zappare come zappava Gesù. Che voi rimaniate segnati o no da questo “zappamento”, sono fatti vostri.

Gli pseudo-intellettuali di oggi stanno prendendo coscienza, stanno accorgendosi che sono stati ben strumentalizzati da partiti e da ideologie: si rendono conto che sono stati sempre al servizio di una causa e che questa causa ha impedito loro di vedere le cose così come stanno e li ha costretti a raccontare favole su favole. Finalmente oggi stanno prendendo coscienza dello sporco gioco in cui sono caduti anche per motivi di carriera universitaria, di posti e di denaro.

Gli intellettuali al servizio vivono di carriera universitaria, di audiens televisiva e di denaro. Ora, date queste tre cose abbiamo l’intellettuale organico al servizio di qualche causa. Quelli che dicono agli zoppi “vieni con me e ti farò capire che tu non sei zoppo, ma hai due gambe belle, dritte, …”, imbrogliano tutti quanti. Io invece voglio essere intellettuale non-organico, non al servizio, neanche al servizio della Chiesa. Cerco di lavorare sempre in proprio e di ragionare, per quanto è possibile, con la mia testa. Ho faticato molto, troppo per arrivare a questo punto. Mentre voi vi raccontavate le favole, io cercavo di capire le cose. Avete creduto alla favola dell’amore, alla favola della famiglia: ve le siete inventate e raccontate per stare meglio, le favole che guariscono. Ma mentre voi facevate queste cose, io stavo lì ad osservare, a cercare di capire, a verificare e ora, che posso dire di aver incontrato la verità, non cerco più, perché lo spirito di ricerca è proprio una mala pianta. Lo spirito di ricerca è fatto per quelli che sono insoddisfatti, per quelli che hanno sempre un vuoto dinanzi a sé.

Qual è la prima verità che ho incontrato? La prima verità che ho incontrato è la Morte. Se sono quello che sono, se sono orgoglio di essere libero, di poter ridere in faccia a tutte le cose è perché ho incontrato questa verità che è la Morte. Le altre due verità – Dio e il Sesso, inteso come separazione – vengono a seguire.

Non voglio andare da nessuna parte, perché ci sto già e le cose che dico non le dico per insegnarvele, vi sto esponendo il punto a cui sono arrivato. Non ho più spirito di ricerca. Tutto quello che leggo e studio è semplicemente una ricaduta di quelle verità di cui vi parlo, perché quelle verità sono immobili, perché cerco di tenerle ferme quanto più è possibile.

Un’altra osservazione che mi è stata fatta ultimamente è questa: “tu ti sei scagliato contro il “fare”: ma non sei tu il primo che fai un sacco di cose?”. In realtà, vista la cosa da fuori, si direbbe che faccia un sacco di cose, ma vorrei far notare a chi mi ha fatto questa osservazione che c’è distinzione tra “fare” e “operare”: il “fare” è il cercare di colmare un vuoto incolmabile, infatti la parola “insoddisfatto” vuol dire che quel che è stato fatto non ha riempito niente, perché il “fatto” è sempre il precipitato di un desiderio. L’“operare”, invece, è l’agire tenendo presente le necessità e le verità. Quindi, mentre il “fare” risponde ad un momento di disorientamento, di vuoto, l’“operare” è sempre direzionante, è sempre orientato, perché ha sempre dinanzi a sé le necessità. Le necessità sono l’Assoluto, la Morte ed il Sesso inteso come un confinare sempre con sé stessi. Per cui le relazioni umane sono soltanto delle pie favole che ci raccontiamo. Ognuno è da sempre e per sempre confinato nella sua pelle. Siamo di fronte l’uno all’altro, ma mai in relazione: l’unica relazione è quella con l’Assoluto. Per il resto è tutto uno “stare di fronte”. L’operare è sempre intenzionato e direzionato verso queste tre necessità. La distinzione tra “fare” ed “operare” non dipende dalla quantità di agire, ma dipende dal senso, dall’intenzionamento e dal direzionamento. Santa Teresa D’Avila era una donna che non stava mai ferma in un posto, proprio perché doveva riformare l’ordine carmelitano. Era presente ovunque proprio per mettere su comunità di fede: per cui si muoveva continuamente. Ma Santa Teresa non era schiava del “fare”, perché tutto il suo agire era sempre intenzionato, direzionato, cioè aveva sempre dinanzi ai suoi occhi le tre necessità, non era mai un fare nevrotico che doveva soltanto coprire dei vuoti, non era un fare precipitato del desiderio impossibile da realizzare. Lei sapeva bene quello che era necessario mettere in atto in vista di queste tre necessità.

Per cui è vero che può sembrare esternamente che io faccia tante cose, ma solitamente non faccio, opero. Ho sempre dinanzi a me quelle tre necessità e tutto ciò che metto in atto è sempre in funzione di queste tre necessità.

Vi assicuro che avere dinanzi queste tre necessità non blocca niente. Qualcuno può avere la sensazione che dinanzi a queste necessità ci si blocchi, si rimanga storditi. Questo succede in un primo momento, ma quando queste cose ti sono arrivate profondamente dentro, non puoi fare a meno di operare quanto più è possibile. È quando operi non hai più il senso del futuro. L’operare ti rende tutto presente.

Il vostro problema è il futuro. Siete ammalati di futuro. Che cos’è il futuro? Il futuro è l’essere che dilegua, che se ne va e questo ci fa paura. Si prospetta questo vuoto dinanzi che dobbiamo necessariamente riempire. Ed ecco il “fare” nevrotico.

Ogni momento dell’opera è significativa, è piena in sé stessa, perché è sempre dinanzi a queste tre necessità.

Dio e la Morte sono le due facce della stessa medaglia. Il Sesso, cioè l’essere separato, è l’essere in relazione con l’Assoluto.

L’unica relazione vera è quella che il “finito” ha con l’“Infinito”. Le relazioni tra “finiti” non esistono. Perché non è la relazione col “finito” che ci fa esistere, ma solo la relazione con l’“Infinito”. “Infinito” e “finito” sono due termini dialettici: posto uno, c’è anche l’altro. Invece due finiti non fanno niente insieme, infatti zero più zero più zero è sempre uguale a zero.

Ci sono degli intellettuali che si stanno rendendo conto di questa situazione, però, purtroppo, questi intellettuali hanno 80-90 anni. Ci hanno messo tanti anni per arrivarci. Per cui questi nostri intellettuali – vi cito alcuni: Bobbio, Bo; rettore, quest’ultimo, dell’Università di Urbino e grande uomo di lettere – hanno scritto qualcosa sulla vecchiaia. Avvertono questo problema, questo essere stati a servizio, l’essere stati intellettuali organici. Bobbio, per esempio, ha deciso di non parlare più, ma poi ha dovuto scrivere un articolo su Repubblica per dire che non parlava più e, probabilmente, tra poco scriverà ancora un altro articolo per spiegare perché ha scritto un articolo su Repubblica per dire che ha deciso di non parlare più. E la favola continua. Per questi intellettuali stare ai margini, capire la verità che il mondo di loro se ne infischia altamente, è difficile; capire che la verità è emarginata e che il destino dell’uomo, dell’intellettuale è quello di essere emarginato e che deve soltanto col suo intelletto zappare, graffiare il mondo, è molto difficile. Purtroppo vogliono stare sempre al centro dell’attenzione.

Questi qui non sono saggi, sono solo dei pentiti. Quale è la differenza tra il saggio e il pentito? Il saggio è colui che intuisce certe cose e non fa fesserie, il pentito, invece, è colui che fa prima le fesserie e poi capisce di aver sbagliato. Questo non vuol dire esser saggi, ma essere pentiti. Chi quando si è spostato pensava di trovare nel matrimonio chissà che cosa e poi dopo vent’anni si accorge che c’è poco da trovare, capisce che si poteva fare pure a meno del matrimonio. Perché questo insegna il matrimonio: il matrimonio insegna che se ne poteva fare anche a meno.

Quindi questi intellettuali non sono saggi sono solo dei pentiti, dissociati. O si è saggi verso i 30 anni, oppure si è solamente dei pentiti. Ho l’impressione che un po’ tutti siate dei pentiti.

Voglio concludere leggendovi ciò che Carlo Bo ha scritto a tal proposito: “Norberto Bobbio ha spiegato le ragioni del suo silenzio negli ultimi tempi, di quella che erroneamente potrebbe apparire come una diserzione. Esame lucido e dolente che per i suoi vicini e coetanei e quasi coetanei è un invito a fare altrettanto, anche perché la motivazione capitale è alla fine l’età ed il dominio della vecchiaia, un male veramente incurabile, che non conosce neppure le illusioni e le speranze di rimedi miracolosi, e neppure la grazia concessa dall’autorità assoluta che chiamiamo Dio. Il silenzio è allora un silenzio obbligato, il modo più decente di uscire di scena. È una cosa imposta dalla vita stessa, da quella vita che ci ha trasportato sino a qui e che troppo spesso abbiamo ereditato, abbiamo creduto di poter comprendere, interpretare o addirittura giustificare. Da quella presuntuosa certezza derivano le nostre idee ed il bisogno di parlare, di rammentare, di rimemorare e insegnare. Poi questa forza di colpo si è spenta, si è attenuata e a poco a poco siamo scivolati nell’ombra e nel silenzio. Non è vero che sono cose di stretta appartenenza della morte. L’uscita di scena comincia molto prima, quando le passioni e gli interessi creati si riducono e si guarda il gioco del mondo dal di fuori, non sentendo più alcuno stimolo, senza la voglia o il bisogno di aggiungere una parola al discorso quotidiano e comune. Il vecchio finisce per riconoscere la sua nuova collocazione, che è quella del rottame, che la corrente del fiume confina in una nuova ansa o in un pantano dei suoi bordi. È in quel momento che si ha la coscienza di essere un corpo estraneo, l’immagine diminuita di un uomo che assiste al film della vita, che ancora ne riceve l’audio ma non più voce e sa che nessuno lo ascolterà più, o meglio non ci possono più sentire, perché parliamo la lingua del passato. Noi non abbiamo gli strumenti necessari per amplificare la nostra voce inerte e spenta, le cose diventano ancora più gravi quando all’età si accompagna la malattia, con le sue miserie, le sue ingiurie e però viene definitivamente sancita quella sensazione di inutilità, di esclusione, che allontanano definitivamente il teatro dei viventi che ancora partecipa al rumore del mondo e non si da cura di penetrare nel buio, nel segreto del nostro destino. Esiste una sterminata letteratura sui modi di vivere la vecchiaia, da Cicerone a Victor Hugo ed allo stesso Bobbio. Il catalogo delle opinioni e dei suggerimenti è infinito, ma non serve. Quelle pagine hanno la sorte delle mille altre, che sono relegate sotto la polvere delle biblioteche. L’unica via d’uscita sarebbe, è, la preghiera, ma anche chi crede o crede di credere, è vittima dello stesso sgomento e troppo spesso ha l’impressione di non avere più la forza di aspettare, di parlare al Dio ignoto. Anche da questa parte non gli arriva alcuna voce e osa confrontare la sua inerzia, il suo silenzio con quelli di Dio e finisce per guardare con simpatia e ammirazione a quelli che fino alla fine non lasciano il lavoro, il frastuono dei traffici, illudendosi di non arrivare mai più alla stanchezza ed alla sfiducia. Questi fortunati credono nel loro lavoro e da questo punto di vista il lavoro potrebbe risultare l’altra medicina, oltre alla fede salutare – favole –, ma sempre su questo punto vale la ragione dell’età, se non ti assiste la forza. Il lavoro si fa speranza, illusione, come quando pensi di poter fare come avevi fatto per tanti anni: uscire, girare per le librerie, sederti al caffè con gli amici; ed appena fuori di casa, fai pochi passi e torni indietro a rifugiarti nella ridotta dello studio e ti rimetti a riaprire i libri che ti mandano o ti fai arrivare sapendo che si tratta di un’altra funzione che ha perso buona parte della sua magia e della sua sacralità.” Poi si lamenta del fatto che giovani scrittori gli mandano molti libri da recensire e parlando di questo dice: “Oggi si naviga alla cieca: di qui l’’impossibilità di intervenire, se non polemicamente, proprio come succede nella vita pubblica così cara a Bobbio. Lo spettacolo regna sovrano e perché sussista un minimo di interesse occorre creare delle contrapposizioni, delle finte guerre che non riescono a nascondere il vuoto, l’inutile ed il futile. Come si vede la vita finta la vince sulla vita vera. Viene da pensare che con il rumore si voglia nascondere l’assenza dei sentimenti, tutte cose che rafforzano il vecchio nella sua desolazione”.

Carlo Bo, uomo di lettere: non un saggio, ma un pentito. Ci ha descritto molto chiaramente tutta la tendenza dell’essere umano, che è quella di creare e raccontare favole continuamente, invece di accettare ed affrontare il vuoto cercando di trovare qualcosa che vada al di là del vuoto stesso. Invece il cardinale Giovanni Bona, in un suo scritto, intorno al 1600, affermava che “Il mondo è un grande teatro, nel quale vi sono tanti commedianti quanti sono gli uomini. Procura – rivolto all’uomo – di essere spettatore, non un personaggio. Coloro che recitano faticano, ma quelli che guardano ridono e si divertono”. Io personalmente rido e mi diverto.