Ogni teoria è un racconto che ci costruiamo, perché siamo spaventati di fronte alle necessità. Lo spavento dinanzi alle necessità, il vederci costretti alle necessità, ci spinge a crearci delle teorie, perché le teorie creano uno spazio sufficiente nel quale la nostra mente può giocare, fantasticare, creare, costruire: questo si chiama “costruttivismo”.

È chiaro che le teorie sono le favole che ci raccontiamo per sentirci piuttosto bene. Una psicoanalista di scuola junghiana, Anna Von Franz, scrisse un libro dal titolo “Le favole che guariscono”; nella teoria e nella prassi junghiana si usa raccontare delle favole e spingere il paziente a raccontarsi delle favole, perché queste favole sono capaci di guarire. Le favole sono teorie che mettiamo su, perché siamo spaventati dall’orrore di ciò che è necessario e siccome ciò che è necessario non è manipolabile, allora cerchiamo di distogliere lo sguardo da ciò che è necessario, di voltare le spalle, di “divertirci”, cioè di “divertere” (“divertere” significa voltare le spalle) in modo tale che possiamo raccontarci delle favole. Le necessità, però, lì stanno e lì rimangono; un giorno o l’altro dovremo fare i conti con le necessità. Quando ci raccontiamo le favole raggiungiamo un certo stato di benessere, di salute, però è una salute ingannevole. La necessità, invece, ci da la verità che disturba. Quindi, quando vi dico delle verità vi prego di non dispiacervi, voglio soltanto che vi sentiate disturbati.

Sono tre le favole, le teorie: la favola di Dio, la favola dell’Etica (“teoria del fare”), la favola dell’Amore. Sono queste le tre favole che stiamo trattando nei tre corsi di teologia, di morale e di psicoanalisi.

Cosa intendo per “teoria”? Questo concetto di teoria l’ho preso dall’etimo della parola stessa. Perché questo mio insistere sull’etimo delle parole? Perché vi dico sempre che bisogna stare dietro alle parole, bisogna fare il processo inverso e andarle a cogliere nel momento originario in cui si aprono, in cui si dicono, in cui si svelano, perché nel momento originario queste parole non sono ancora contaminate, quindi possiamo coglierne il significato più vero. Per esempio, notate la facilità, l’ignoranza con cui spesso i giovani usano la parola “paranoia”: la paranoia sarebbe l’essere “scocciati”, infatti quando sono scocciati i giovani dicono spesso “che paranoia…”. Soltanto perché “paranoia” si avvicina alla parola “noia”, si pensa che la “paranoia” sia la “noia”. La parola “paranoia” ha, invece, un altro significato, un’altra portata, non è la noia che uno avverte: “para” vuol dire “fuori”, “noia” viene dal greco “nouz” (nôus), che vuol dire “mente”. Quindi “paranoia” vuol dire stare fuori dalla mente, fuori dal pensiero, stare “fuori di testa”. Il paranoico è colui che è fuori di testa, perché crede che tutto il mondo ce l’abbia con lui, crede che ci sia un complotto universale nei suoi confronti. Questo è un esempio di come le parole non appena cominciano ad andarsene per conto proprio dicono delle cose che non hanno niente a che fare con il significato originario.

Cosa mi spinge a ricercare l’etimo di queste parole, come mi regolo? Innanzitutto cerco di “fiutare”: quando sento una parola cerco di fiutare l’aria che gira intorno a questa parola, perché è chiaro che la parola presa in sé stessa non può aiutarti in alcun modo; ogni parola presa in sé stessa si dice, con un termine preso dalla psicologia, “denotativa”, in quanto denota una azione, un fatto, una persona, un oggetto. Ciò che invece bisogna cogliere subito, col fiuto, è la “connotazione”, cioè l’atmosfera affettivo-emotiva che circonda un’azione, un fatto, una parola, un oggetto. Se io dico “casa”, la parola “casa” dal punto di vista denotativo rappresenta la costruzione in cui troviamo una famiglia o un gruppo che presenta una certa affinità; dal punto di vista connotativo la parola “casa” assume per ognuno di noi un significato diverso, dipendente da tutta una serie di emozioni che tale parola suscita in noi. Ogni parola porta con sé, molto spesso, una storia e una parola che per una persona non dice niente, è soltanto una denotazione, per altri ha una fortissima connotazione. Le liti spesso avvengono non tanto per la denotazione quanto per la connotazione. Prima di tutto osservo, cerco di cogliere il clima affettivo-emotivo delle persone che usano quelle parole e così mi faccio prendere dalla connotazione e comincio a fiutare che qualche cosa non va, che c’è una discrepanza tra la denotazione e la connotazione, cioè tra la parola e il riverbero interiore che quella parola può avere. Il notare queste discrepanze mi spinge a condurre delle indagini e usando il dizionario etimologico risalgo al significato originario. Cerco di trovare la radice della parola che mi ha creato qualche difficoltà e di lì mi oriento sul significato della parola.

Voi sapete che la lingua italiana, come tutte le lingue indoeuropee, derivano da una lingua antichissima, da una lingua madre, il sanscrito. Ma la parola, pur attraverso le diverse variazioni, i diversi tradimenti che può subire, conserva l’impronta originaria. Ho voluto fare questa indagine etimologica sulla parola “fare”.

Vi dissi l’altra volta che vi avrei parlato della differenza fra il “fare” e l’“operare”. Noi utilizziamo indiscriminatamente, in maniera sinonimica, “fare” e “operare”, invece hanno significati diversi. La parola “fare” indica povertà, la parola “operare” indica ricchezza. L’etimo del verbo “fare” mi dice che “facere” ha lo stesso significato di “pacere”, ossia “pacare”: il “fare” è una modalità del pacare, cioè il modo attraverso il quale l’essere umano placa, pacifica, tranquillizza, conclude. Sembra strano che il verbo fare, che comunemente indica attività, possa indicare invece questo smorzare, questo concludere, questo placare, ridurre al nulla. Ma è così, perché il fare è proprio il sintomo della insoddisfazione dell’essere umano. Che vuol dire essere insoddisfatti? La parola “insoddisfatto” deriva dal latino: “in” vuol dire “non”, “sod” sta per “satis”, che vuol dire “abbastanza”, “fatto” da “facere”; quindi “insoddisfatto” vuol dire “non fatto abbastanza”. Noi siamo insoddisfatti, perché abbiamo la convinzione di non aver fatto mai abbastanza.

Perché abbiamo questa sensazione di non aver fatto mai abbastanza? Perché il fare è la modalità che noi usiamo per far precipitare, far coagulare il desiderio infinito che abita dentro di noi. Questo desiderio infinito è l’“eros” (“eros” significa “bisogno”; Eros, nella mitologia greca, era un dio, figlio dell’Astuzia e della Povertà: la povertà si serve dell’astuzia per risolvere i propri problemi; la figura che nasce dall’incontro tra povertà e astuzia è l’eros; l’“erotica” è il muoversi con astuzia a partire dal desiderio). Il fare è quindi la modalità che noi usiamo per placare le nostre ansie interiori, la tensione psichica e neuro-muscolare. Infatti, spesso, quando siamo nervosi, ci chiediamo “che devo fare?” Quindi il fare come una modalità per scaricarsi, per tornare ad un livello di entropia piuttosto elevato, perché il nostro sistema mentale e somatico è un sistema ad alta energia, sta sempre a livelli alti; quando poi non c’è la facciamo più a sostenere questa tensione altissima abbiamo bisogno di scendere a livelli sempre più probabili e sempre più facili, facendo aumentare così l’entropia del nostro sistema. Quindi il fare è la risposta che noi diamo alla tensione mentale, psichica e neuro-muscolare. Siccome la tensione mentale, psichica e neuro-muscolare è qualcosa che rinasce e risorge continuamente, noi saremo sempre insoddisfatti. Tutta la cultura dell’occidente si fonda proprio su questo principio del “fare”. Il principio del “fare”, cioè dell’azione immediata, è il principio dell’“etica”. Quello che ci interessa, però, non è ciò che facciamo, l’oggetto del fare, ma il fare stesso. Infatti non appena il “fare” diventa “fatto”, diventiamo insoddisfatti. E così di fatto in fatto non si finisce mai, perché questa è una tensione infinita, come il desiderio. Il desiderio sta al “piacere” come la tensione mentale, psichica e neuro-muscolare sta al “fare”. Infatti il significato della parola piacere è proprio pacare; per cui l’origine della parola “piacere” è della parola “fare” è la stessa. Il “piacere” è quella caduta che noi vogliamo, perché non riusciamo più a sostenere la tensione altissima del desiderio. Per questo i francesi chiamano il piacere (sessuale) “petit mort”, cioè “piccola morte”. Il fare è un piacere, cioè è una caduta dello stato di tensione. Così come il “fare” non è più soddisfacente quando diventa “fatto”, il “piacere”, una volta diventato “piaciuto”, ci fa ricadere nella insoddisfazione iniziale. Questo è il famoso movimento di Sisifo, personaggio descritto da Dante nella “Divina Commedia”, il quale era stato condannato a portare sempre una grossa pietra dal basso su in cima ad un dirupo, e poi questa pietra inevitabilmente cadeva giù, ma Sisifo era costretto a riportarla su e una volta riporta, la pietra ricadeva e così via. E questa è l’arte dei pazzi. Infatti, il fare è proprio l’arte dei pazzi.

“Che fare?” è la domanda che si fa quando non si sa più cosa fare. Dopo la rivoluzione russa, quando Lenin non sapeva più che via doveva prendere la rivoluzione, scrisse un opuscoletto, dal titolo “Che fare?”.

Il contrario del “fare” è l’“operare”. Il fare non ha tanto rapporto con ciò che si fa concretamente, quanto con l’azione stessa del fare: bisogna fare continuamente, perché si è continuamente insoddisfatti. Questa è l’etica della nostra cultura occidentale. Per questo nella nostra cultura occidentale difficilmente avremo persone sagge, perché il saggio non fa più. Il saggio è colui che ha scoperto delle necessità e si sente libero proprio perché ha conosciuto delle necessità. Gesù dice: “…conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32). Il filosofo G. B. Vico sosteneva che noi non possiamo avere conoscenza di ciò che non abbiamo fatto direttamente: la chimica, la fisica, la geologia hanno la pretesa di conoscere direttamente ciò che è opera di Dio e non dell’uomo; delle cose fatte da altri noi non possiamo avere mai una conoscenza, non ci può essere, cioè, una scienza vera e propria. Si può avere conoscenza soltanto delle cose che facciamo noi e siccome “conoscere” vuol dire “sapere la verità”, noi la verità la sappiamo soltanto circa le cose che facciamo noi. Per cui G.B. Vico pronunciava il suo assioma: “Verum factum”, cioè “il vero è soltanto quello che hai fatto”. La cultura occidentale, invece, ha trasformato questo assioma in “Verum facendum”, ossia “il vero è ciò che si deve fare”, quindi c’è l’obbligo, nella cultura occidentale, di fare qualcosa, perché se non fai niente non sei niente: tu sei per quanto fai. Questa è l’etica della cultura moderna.

L’“operare”, invece, è “compiere secondo necessità”. L’operare non comporta un produrre, un fare, ma comporta, innanzitutto, una riflessione. La morale è il principio dell’azione riflessa, mentre l’etica è il principio dell’azione immediata. Quindi la morale è una riflessione su quelle che sono le necessità. Una volta trovate le necessità gli si va incontro liberamente, perché è la conoscenza delle necessità che ci fa diventare liberi. Spesso il nostro concetto di libertà è quello di una “libertà di…”, “libertà da…”, “libertà per…”, cioè sono concetti di libertà adolescenziali, come se la libertà consistesse nel fare ciò che si vuole.

Il concetto di libertà io lo prendo dal Vangelo. Gesù dice: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31-32). Quindi la libertà consiste nella riflessione che porta alla conoscenza della verità e nell’andare incontro a questa verità in maniera gioiosa. Le persone gioiose sono quelle che vanno incontro alla necessità liberamente.

Nella parola “operare” c’è il termine “ope”, che vuol dire “abbondanza” e soltanto coloro che vanno incontro alle necessità, abbondano di frutti, perché solo le necessità, solo le verità necessarie, sono gravide di frutti, sono “felici” (la parola “felice” non vuol dire “contento”, deriva da “felix”, aggettivo che veniva utilizzato, per esempio, per indicare una terra abbondante di frutti). Il fare, invece, dà sempre una sensazione di povertà, di miseria, di nulla.

Il fare è la figura della miseria dell’essere umano; l’operare, invece, è la figura della ricchezza dell’essere umano, perché soltanto ciò che è necessario e vero dà ricchezza e gioia all’essere umano. Se voi leggete, per esempio, i Dieci Comandamenti (Es 20,1-17), vi accorgete che non incitano mai al “fare”, ma piuttosto al “non fare”. I Comandamenti più importanti sono quelli che iniziano con “non…”. Vi ho detto altre volte che il Decalogo (Es 20,1-17) va letto a cominciare dall’ultimo comandamento, non dal primo, perché i comandamenti raccontano la storia dell’essere umano. Il primo comandamento, “Non avrai altro Dio all’infuori di Me”, non è il punto di partenza, ma il punto di arrivo; a Dio si arriva, all’Assoluto si arriva; partiamo sempre dall’Assoluto, ma, come un boomerang, all’Assoluto dobbiamo tornare. L’ultimo comandamento rappresenta le fasi più precoci della nostra esistenza. Prima fase: “Non desiderare la donna d’altri”, “Non desiderare la roba d’altri”, “Non dire falsa testimonianza”, “Non rubare”, “Non commettere adulterio”, “Non uccidere”, cominciano tutti con la parola “non”. Tutta la cultura antica era convinta del fatto che l’uomo meno mette mani e meglio è, più l’uomo mette mani e più scassa le cose. Il compito dell’essere umano, sostenevano gli antichi, non è quello di produrre l’essere, ma di curarne la “manutenzione”, perché l’essere non può essere prodotto, poiché c’è già. Come diceva il filosofo Heidegger: “il filosofo è il pastore dell’essere”, colui che difende l’essere da tutte le manipolazioni. Mentre la cultura occidentale è esattamente il contrario, si fonda sulla convinzione che l’essere vada prodotto. È chiaro che l’essere non può essere prodotto, perché c’è già.

Quindi, l’invito dei Comandamenti a non fare questo, non fare quello, non deve far pensare che si tratti di proibizioni: sono soltanto delle illuminazioni della nostra mente. Ricordo che, quando negli anni ‘60 ci fu una rivoluzione nella teologia e nella catechesi, si diceva che non bisognava partire dalle cose negative, ma dalle cose positive, cioè c’era la tendenza a negare, a mettere da parte tutto ciò che poteva sembrare negativo. Ricordo, invece, le lezioni all’università sul filosofo Hegel, il quale parlava della “potenza immane del negativo”. I teologi del ‘68 non si rendevano conto che tutti quei “non” del Decalogo erano proprio un invito a smettere di fare, perché il fare è ciò che rende l’uomo sempre insoddisfatto. Tu cristiano sei tenuto alla manutenzione dell’essere, a custodire l’essere, a fare il pastore dell’essere e non a produrre continuamente l’essere, a fare il bene. Non è possibile fare il bene, perché il bene c’è già; bisogna solo rispettarlo, bisogna solo averne cura. Il bene è già stato fatto tutto da Dio e tu non puoi aggiungere un’oncia di bene a quello che già esiste. E se tu pretendi di aggiungere un’oncia di bene a quello che già esiste, quell’oncia non è di bene, ma di male. Ecco l’importanza dei comandamenti negativi: partendo dall’ultimo e procedendo per negazioni, si arriva a capire che ti trovi soltanto dinanzi all’Assoluto: “Non avrai altro Dio all’infuori di Me”.

Purtroppo gli esseri umani si dividono secondo i misteri del rosario: il mistero gaudioso, il mistero doloroso e il mistero glorioso. Così gli esseri umani sono rispettivamente uomini gaudiosi, uomini dolorosi e uomini gloriosi.

Gli uomini gaudiosi sono quelli che vivono di gioia. Cos’è la gioia? È la libertà che va incontro a ciò che è necessario. Gli uomini gaudiosi sono quelli che pongono in essere quelle attività che danno gioia, cioè le attività che non dipendono dagli altri, ma soltanto da noi: mangiare, bere, dormire e pensare. Tutto il resto dipende dagli altri, perciò non è gioioso.

Gli uomini dolorosi sono quelli che hanno la tendenza a fare continuamente e ad essere sempre insoddisfatti. Ma per fare si ha bisogno degli altri e raramente il fare degli altri si accorda con il fare proprio: così iniziano le lamentele. Il fare ha bisogno di un accordo fra le parti, ecco perché è doloroso.

Infine ci sono gli uomini gloriosi, quelli che hanno continuamente la testa fra le nuvole e pensano di stare in paradiso, di essere felici o di rincorrere la felicità. Nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, per esempio, si parla di “diritto alla felicità”. Che teste gloriose! La felicità non si sa cosa sia, non si sa dove sia, non si sa come ci si arrivi e intanto si parla di diritto alla felicità.

Attenzione: la felicità non è la gioia. La felicità è il compimento assoluto ed indefettibile di tutte le possibilità, ciò che soltanto in Dio si può realizzare. La gioia, invece, è libertà che va incontro a ciò che è necessario. Noi nella nostra vita non possiamo essere felici, però possiamo essere gioiosi, gaudiosi. Non possiamo essere felici, cioè non possiamo completare le possibilità in maniera indefettibile, perché possiamo sempre perdere quello che abbiamo. Invece, i gloriosi sono proprio quelli che rincorrono continuamente la felicità.

Ma sta già crollando, sta già venendo meno, nella cultura occidentale, l’etica del fare. L’etica del fare comincia ad impallidire, a preoccuparsi, quando si profila, nella storia della nostra civiltà, un aumento della quantità di tempo libero. Il tempo libero è il tempo del non-fare, cioè è il tempo in cui ci si chiede sempre: “che fare?”. Gli accadimenti legati alla lotta alla disoccupazione in alcuni Paesi europei (in Germania la disoccupazione è aumentata nonostante le politiche, di tipo keynesiano, tese a ridurla) mi fanno pensare che stiamo andando verso forme di civiltà e di cultura in cui aumenterà sempre il tempo del non-fare. Il tempo del non-fare sarà il tempo dell’operare.

Come affronteremo questo tempo del non fare? Saremo capaci di uscire dall’etica del fare per entrare, invece, nella morale dell’operare? Oppure avremo dei disturbi psichici notevoli come quelli che, per esempio, hanno le persone che vanno in pensione a 65 anni e che non sanno cosa fare? Per “aiutarli” ci si inventa, allora, tante attività – accompagnare i nipotini a scuola, portare a passeggio il cane, ecc. -, per non farli sentire persone inutili. Il problema del fare, infatti, comporta anche il problema dell’“utilità”: “Se non sono utile, cosa esisto a fare?”. È brutto confondere il senso della vita con l’utilità della vita.