Le vecchiaie in buona salute sono quelle che in giovinezza non hanno mai amato, perché amare significa bruciarsi, consumare le proprie energie. Le vecchiaie in cattiva salute sono quelle che hanno sempre amato nel corso della loro vita.

Le vecchiaie in buona salute non hanno, come si è detto, mai amato, ma hanno sempre conosciuto. La conoscenza ringiovanisce. Amare, in questo caso, significa attendere dall’altro, caricarsi troppo di aspettative, di tensioni, crearsi un futuro pieno di speranze, pensare che il proprio futuro dipenda dall’altro; tutte queste cose portano ad una cattiva vecchiaia. Se consideriamo l’amore come gratuità, come carità (“caris” che significa, appunto, “gratuità”) allora il discorso cambia, perché nella carità non esistono aspettative, pretese, diritti e doveri, tutto si alleggerisce.

L’amore carico di aspettative appesantisce sempre l’anima. È opportuno, allo scopo di spiegare meglio questo concetto, raccontare brevemente il contenuto del romanzo “Le mille e una notte”.

Tanto tempo fa, esisteva un re, a Baghdad, che aveva una moglie bellissima. Un giorno, rincasando prima del tempo, trova la propria moglie in compagnia di un altro uomo e questo episodio lo fece infuriare a tal punto che decise di uccidere tutte le donne. La tecnica usata per compiere gli omicidi consisteva nell’invitare nel proprio palazzo una donna ogni sera, unirsi carnalmente ad essa ed alla fine della nottata la povera malcapitata veniva uccisa. L’incaricato che invitava quotidianamente la donna di turno era il Gran Visir del re, il quale ogni mattina si recava in città per scegliere la vittima. Questa storia durò molto a lungo, perché donne a Baghdad ve ne erano tante. Alla fine, però, rimasero in vita solo le due figlie del Gran Visir, Sharazar e Dinazar. Dovendo toccare anche a loro, il re, come prima figlia, scelse Sharazar, la quale, prima di unirsi carnalmente al re, gli chiese il permesso di raccontargli una storia. Sharazar raccontò in modo così magistrale la storia che giunse la mattina senza che ci fosse stato nessun incontro carnale; quindi il re la congedò, invitandola comunque per la notte successiva. Anche quella notte avvenne la stessa cosa e così via per mille e una notte. Alla fine di questo lungo periodo il re si commosse a tal punto della grandezza della ragazza che la sposò, abbandonando l’idea di ucciderla. La ragazza era riuscita per tutto questo tempo ad allontanare la sua morte con la forza della propria saggezza e cultura.

Qual è il succo di questa storia? Essenzialmente che l’uomo, in tutta la sua evoluzione, ha sempre cercato di costruire una cultura, un sapere, per cercare di allontanare da sé lo spettro della morte, questo momento di necessità. Quindi, tutte le storie rappresentano un sapere ed ogni sapere ha un suo punto di inizio, ma per quanti saperi noi possiamo mettere su non riusciremo mai ad allontanare il nostro ultimo momento di vita.

Questa convinzione sul sapere che allontana la morte è diventata patrimonio di tutti. Diceva lo stesso Freud che non c’è civiltà senza repressione, cioè se noi ci abbandoniamo immediatamente alle necessità non avremo mai la cultura della civiltà. La civiltà è semplicemente un meccanismo di allontanamento, di distaccamento. Tutti i saperi sono un imborghesimento del terrore.

La filosofia eterna nasce dal terrore; la filosofia moderna nasce dal dubbio. Quando c’è il dubbio non si sa bene se certe cose si possono fare, creare e dire; sono tutti tentativi per sfuggire al terrore. Quando l’uomo comincia a riflettere su tutti questi saperi, che ci tengono lontani da certi destini, allora l’uomo inizia ad essere morale. La moralità universale è la riflessione su tutto l’agire dell’uomo che viene colto nel tentativo di tenere lontano, attraverso il sapere, questo incontro con ciò che è necessario e tre sono le cose necessarie: Dio, l’Assoluto dal quale non si sfugge e l’uomo sa di essere finito davanti a lui; la Morte ed il Sesso, inteso come separazione, come l’essere consegnati sempre a sé stessi nonostante gli inutili tentativi di instaurare relazioni con gli altri. Quindi, tutti i saperi hanno il solo scopo di allontanarci da queste tre necessità. Esiste una morale secondo cui l’uomo non può sfuggire a queste tre necessità che sono alla base di ogni sapere che costruiamo in ogni parte del mondo. Queste tre necessità sono inscritte dentro di noi, per cui la morale è possibile perché in ogni istante noi possiamo fare un confronto tra le nostre costruzioni culturali e queste tre necessità da cui vogliamo sfuggire. La morale è una riflessione, una misura, non è una prassi, perché la prassi è l’etica. L’“ethos” è il principio dell’azione immediata che contraddistingue una specie, un gruppo, una nazione, una razza animale. La morale è il principio dell’azione riflessa ed è necessario riflettere. Tutti i saperi si fondano su principi etici, perché ogni sapere ha il suo profilo preciso, il suo metodo, il suo linguaggio e se il sapere non distingue queste cose proprie non è un vero sapere. Ogni sapere è un principio immediato di azione, conoscere per agire, per forzare, per fare. Ogni sapere ha il suo ethos. La morale è universale, perché ha alla base le tre necessità da cui non poter sfuggire; l’etica può esistere in molte forme ed aspetti.

Ogni forma di sapere, prima si istituisce e poi si costituisce. I veri uomini di cultura non credono al proprio sapere, non sono legati a tutto ciò che hanno scritto e detto. Gli epigoni, i loro discepoli, invece si. Essi, senza una profonda conoscenza, prendono per oro colato tutto ciò che il loro maestro dice. Freud in punto di morte era convinto che in futuro sarebbe esistita una evoluzione neurologica tale da rendere vane tutte le sue teorie. Tutti i freudiani non accetteranno mai questa tesi, perché se fosse vera loro non avrebbero avuto ragione di esistere. Tutti i grandi uomini di cultura sono capaci di distruggere ciò che hanno creato. Tommaso d’Aquino, che visse intorno al 1300, ebbe il coraggio di dire in punto di morte che tutto ciò che aveva scritto nella sua vita doveva essere distrutto, perché essa era paglia di fronte a Dio. Ogni conoscenza ha la finalità ben precisa di avere un potere sul mondo.