Prima di cominciare voglio chiarire i motivi per cui ritorno sempre sugli stessi temi. Un po’ perché le cose vere sono pochissime, ma anche per un altro motivo: io posso parlare per infiniti secoli, ma se non scatta qualcosa dentro di voi il mio parlare vi scivolerà addosso. Non si osservano, non si notano grandi cambiamenti in voi. Certe cose vi scivolano addosso, perché non c’è l’aggancio tra una modalità che solitamente intendo “strutturale” e una modalità “accidentale”.

Che cos’è una “modalità strutturale”? È una modalità che fa parte della nostra struttura. Solitamente, però, questa struttura sta al fondo, non perché sia una sua caratteristica, ma perché volutamente sta al fondo, ricoperta da tante stratificazioni. Quello che Freud chiamava “inconscio” non è altro che la struttura dell’essere umano che non parla, non dice niente, è muta, è il non-detto dell’esistenza umana, perché ci sono tante sovrastrutture che impediscono alla struttura di parlare, di dire. Per cui la struttura è sempre il non-detto della situazione. Per questo quando faccio analisi con una persona cerco di stare attento non tanto a ciò che la persona mi dice, quanto a ciò che la persona non dice, perché quello che dice sono le stratificazioni più o meno superficiali, le quali regolarmente coprono la struttura di base. Ora, siccome le strutture che stanno sopra, le stratificazioni, sono dei sintomi, cerco di capire a cosa rimandano questi sintomi. Per cui – ripeto – non faccio molta attenzione a ciò che uno mi dice, quanto a ciò che uno non dice, perché quello che diciamo lo diciamo per non dire qualche altra cosa. Quindi, c’è una modalità strutturale dentro ognuno di noi e questa modalità strutturale, purtroppo, è soffocata, coperta, e diviene inconscio. “Inconscio” vuol dire che non è presente alla coscienza e non, come intendeva Freud, nel senso che non può essere conosciuto, ma che volutamente non è conosciuto, cioè non vogliamo che venga conosciuto, perché se per caso venisse conosciuto allora la nostra vita ne rimarrebbe sconvolta, dovremmo quasi riprendere tutto daccapo e dire: “ciò che abbiamo fatto finora non serve perfettamente a niente”.

Poiché a 40-50 anni, dire a sé stessi che ciò che si è fatto finora non serve perfettamente a niente è molto pericoloso, questa struttura deve rimanere sempre ben soffocata, non deve avere mai voce.

Questo è il motivo per cui, secondo la più attenta psicoanalisi e anche secondo la mia convinzione, dopo i 40 anni non ci si può sottoporre a un processo di psicoanalisi, perché si rischia di impazzire. Ora, il mio dire verte sempre attorno a questo inconscio, attorno a questo non-detto, a queste verità immediate, a questa modalità strutturale che è presente in ognuno di noi e devo ritornarci sempre, perché mi auguro che scatti, poi, una modalità accidentale.

Che cos’è una “modalità accidentale”? La modalità accidentale è un evento, un qualcosa che si aggancia alla modalità strutturale creando una “modalità evenenziale”.

Che cos’è l’“evento-evenenziale”? L’evento è il momento in cui si salda una struttura con un fatto accidentale: se non scatta questo evento è chiaro che la struttura rimane sempre al fondo; abbiamo la sensazione che quello che viene detto non riguardi noi personalmente. Ciò che viene detto viene accolto, viene accettato, ci pare che siano cose vere, però dentro di noi non cambia niente, perché non scatta l’evento, cioè non si salda una modalità strutturale con la modalità accidentale; e proprio la modalità accidentale – un fatto, un evento, una situazione, una circostanza – che va a risvegliare, ad agganciare la modalità strutturale e allora porta dei cambiamenti; come dice Gesù nella parabola del seminatore: “…e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno” (Mc 4,8), ma non può non portare cambiamenti e se non porta cambiamenti è perché la modalità accidentale non ha ancora agganciato la modalità strutturale, per cui non è nato ancora l’evento. L’evento è l’insieme di struttura, il momento, l’ora decisiva.

Per questo mi sento obbligato moralmente a ritornare sugli stessi temi, nella speranza che, un momento o l’altro, scatti questo aggancio tra la modalità accidentale e la modalità strutturale, comincino i cambiamenti e si riporti nel campo della coscienza questo non-detto, che sono le sacrosante verità immediate. Ecco perché torno sempre sulle stesse cose, perché il fine che mi propongo non è solo quello di fare delle belle lezioni, ma, in quanto pastore, mi interessa il benessere, cioè l’“essere bene”, di quelli che ascoltano. Se non si producono cambiamenti, se questa modalità strutturale non viene agganciata da una modalità accidentale, siamo sempre al punto di prima, non cambia niente. Ritorno sempre alle stesse verità, perché sono arci-convinto che quelle sono le verità, le altre sono soltanto costruzioni che noi facciamo.

Vi ho detto sempre che sono tre le verità materiali. Cosa intendo per “verità materiali”? Verità materiale vuol dire verità immediata, verità che non può derivare da altro, verità che non può essere usata per altro. La materialità sta nella sua immediatezza e qualsiasi tentativo di usarla è un traffico attorno a questa verità che porta a snaturarla.

Il traffico attorno alle verità materiali o immediate si chiama “cultura”. Ecco perché la cultura – secondo me – è un processo parassita: la cultura vive sempre attorno a queste verità immediate, ci gira attorno e mette su tanti racconti e tante favole. Verità materiali o immediate che invece dovrebbero suggerire un rispettoso e dignitoso silenzio, una decisione di non usarle, di non manipolarle.

L’arte, per esempio, è una delle più grosse costruzioni attorno alle verità immediate. Ve l’ho detto altre volte e ve lo ripeto: non è che tutta l’arte abbia lo stesso valore dal punto di vista estetico, ma dal punto di vista esistenziale tutti i tipi di arte rispondono alla stessa finalità, cioè quella di fare traffico attorno alle grandi idee, ossia alle idee materiali. Dal punto di vista esistenziale il giudizio su tutte le arti è lo stesso; dal punto di vista estetico, invece, è chiaro che l’arte di Michelangelo non è l’arte del quadretto che posso fare io, è ovvio. Ma il perché uno di noi può fare arte e il perché lo faceva Michelangelo è lo stesso: il fine ed il motivo per cui la faceva Michelangelo e il fine ed il motivo per cui la può fare uno di noi è perfettamente lo stesso; solo il risultato, dal punto di vista estetico, è diverso.

Quali sono le tre verità immediate, o materiali? Sono Dio, la Morte e la Coscienza. Sono verità materiali, cioè immediate, che non possono essere negate e intorno alle quali non possiamo giocare utilizzandole come vogliamo noi.

L’idea materiale o immediata di Dio è presente nella testa di tutti,  persino nella testa di quelli che negano l’esistenza di Dio. Per negare qualcosa devo avere un idea di ciò che sto negando, così quelli che negano l’esistenza di Dio devono avere nella testa l’idea di Dio, perché non si può negare qualcosa di cui non si ha idea. Provate voi a negare qualcosa di cui non avete l’idea! Non solo: per negarlo bene, per dare la prova provata della non esistenza di Dio, occorre avere un’idea chiarissima di che cosa sia questo Dio, perché se non si ha un’idea chiarissima di che cosa sia questo Dio non lo si può neanche negare. Quindi, l’idea di Dio è immediata, ce l’hanno tutti quanti, sia quelli che affermano la sua esistenza, sia quelli che la negano.

In che modo quelli che affermano l’esistenza di Dio ci giocano attorno? Costruendo delle favole. C’è molta teologia che è soltanto una favola, un racconto. La teologia è diventata il modo migliore per rendere l’idea di Dio adattabile a tutte le nostre situazioni. La teologia ha costruito un tipo di Dio che serve alla sofferenza, perché quando una persona soffre gli si dice: “vedi, anche Gesù è morto sulla croce per te”. Ma chi gli ha chiesto di morire sulla croce per me? Quando una persona ha bisogno di affetto e di consolazione gli si ripete: “vedi, anche Gesù…”. Insomma, un tipo di teologia che prende l’idea di Dio e la usa, la utilizza per tutte le circostanze e per tutte le situazioni, un Dio ad uso e consumo degli esseri umani, un Dio tappabuchi, un Dio che serve soltanto a tappare, a ricoprire quelle falle, quegli squarci che esistono nella nostra esistenza.

Che cosa sarebbe la storia dell’uomo se non ci fosse un Dio? Che cosa sarebbe l’esistenza umana se non ci fosse questo approdo a Dio, che in realtà non è altro che un bisogno dell’essere umano. Io mi preoccupo sempre quando si vuole dimostrare l’esistenza di una cosa partendo dal bisogno di quella cosa: temo sempre che sia tutto una specie di allucinazione. La teologia prende questo Dio, questa idea materiale, immediata, e la rende buona per tutti gli usi, cioè ne fa una religione.

Che cos’è la religione? La religione è l’uso degli attributi di Dio: quando mi serve il Dio giusto lo invoco giusto; quando mi serve misericordioso lo invoco misericordioso – solitamente lo invochiamo misericordioso con noi e giusto con gli altri!? Ci creiamo un Dio a nostra immagine e somiglianza. Aveva ragione il filosofo Senofane, allievo di Parmenide, il quale diceva: “se i cavalli potessero pensare si farebbero un’immagine di Dio a forma di cavallo”. Così anche un altro grande filosofo, Wittgenstein, sosteneva che: “ciò di cui non si può parlare, si deve tacere!”. Di Dio non si può parlare, perché non ce l’hai in tasca, a tua disposizione, perciò devi stare zitto.

Questo è il tipo di ateismo che intendo quando vi dico che sono un prete ateo: “ateo” perché non uso e non intendo usare l’idea di Dio per i miei tornaconti, perché quest’idea di Dio, che è grandissima, grandiosa, mi ammutolisce, mi blocca, non posso fare più niente, non riesco neanche a metterci le mani sopra, ne parlo quanto meno possibile, perché temo di rovinarne l’immediatezza, la materialità, la grandezza. Con Dio sono amico, e proprio perché sono amico non lo frequento troppo. Gli amici veri non si frequentano troppo, perché hanno sempre il timore che, frequentandosi, possano usarsi. I veri amici sono quelli che, solo quando l’amico muore, dicono: “è morto un amico”; ma non lo dicono durante la vita, perché hanno sempre la paura di usarsi; così anche io e Dio, a parte la Santa Messa, non ci frequentiamo troppo, perché ho il timore di usarlo per i miei tornaconti.

In questo senso sono un prete ateo: non perché non sia convinto che Dio ci sia. C’è! Dio c’è, ma non lo tiro sempre in ballo, non sto lì sempre ad appellarmi, ad aggrapparmi a lui per trovarvi conforto e consolazione, perché ho il timore di usarlo.

Anche quelli che negano l’esistenza di Dio trafficano attorno a quest’idea, ci fanno grandi narrazioni. In che senso? Consideriamo i filosofi Nietzsche, Feuerbach, Marx, Freud: cercano di spiegare l’esistenza dell’idea di Dio nella nostra mente attraverso un processo di “psicogenesi”, cioè cercano di fare il percorso che porta alla formazione dell’idea di Dio nella nostra mente.

Io, ormai, non mi preoccupo più di provare l’esistenza di Dio: mi sono scocciato! Non cerco più di provarla perché l’idea di Dio sta nella mia mente, per cui cosa dovrei provare? Ciò che c’è già?!

Mi interessa, però, il modo attraverso il quale gli atei intendono provare la non esistenza di Dio, cioè se la teoria della psicogenesi è valida o no.

Secondo tale teoria è la psiche umana che lentamente porta a far nascere e a far consolidare l’idea di Dio. Ora, se dopo uno studio attento di questa teoria mi dovessi accorgere che i ragionamenti e i processi fatti non sono validi, non approdano a niente, sono delle pie illusioni, avrei una ulteriore conferma – per quanto ce ne fosse bisogno – che l’idea di Dio è materiale, immediata.

È importante riconoscere che l’idea di Dio è materiale, immediata, perché l’unica prova dell’esistenza di Dio sta nel fatto che l’idea di Dio non deriva da altro se non da Dio stesso. S. Tommaso d’Aquino, uomo intelligentissimo, in punto di morte disse che tutto quello che aveva scritto andava bruciato, perché era paglia in confronto a Dio, ma anche quelle sono prove che servono soltanto a dimostrare ciò di cui si è già convinti. È importante, invece, andare a vedere le prove della non-esistenza, che intendono dimostrare come all’idea di Dio ci si arrivi a partire dalla psiche umana. Se alla fine mi accorgessi che queste prove non sono valide, dovrò concludere con le parole del filosofo francese Labruiere, che diceva: “l’impossibilità in cui mi trovo di provare l’inesistenza di Dio mi scopre la sua esistenza”.