Il tema affrontato quest’anno nei seminari di psicoanalisi è stato quello della bulimia e della anoressia. “Bulimia” – dal greco “bous-limos” – vuol dire “fame da bue”; “anoressia” vuol dire “mancanza di appetito”.

Ho cercato di chiarire come la bulimia e l’anoressia, prima di essere dei disturbi di carattere alimentare, somatico, sono due categorie mentali. Esiste, innanzitutto, un’anoressia e una bulimia psichica, mentale, che in alcuni soggetti si può convertire in bulimia o anoressia alimentare. Non in tutti, però.

Abbiamo anche detto che l’anoressia e la bulimia sono due qualità tipiche di ogni relazione e quindi di ogni psiche. La psiche l’abbiamo definita come la relazione io-mondo. Per “mondo” si intende, in questo caso, tutto ciò che è esterno a me (persone, cose, ecc.). Le relazioni sono sempre affette da bulimia e anoressia, qualsiasi relazione. Dove c’è di mezzo l’“io” e il “mondo”, c’è sempre un aspetto bulimico e anoressico. Ci può essere con intensità più o meno grande, ma nei rapporti col mondo siamo sempre anoressici e bulimici.

Si parte dalla bulimia, l’“io” parte dal bisogno di mondo; poi, da questo riempimento di mondo, da questa indigestione di mondo, si passa all’anoressia, cioè al digiuno di mondo, l’“io” che si separa. E il nostro “io” gioca sempre su questo doppio registro della bulimia e dell’anoressia.

Chi sta troppo imbrigliato in relazioni, a che cosa aspira? Aspira ad una situazione di anoressia, ad un “io” separato, perché si è abbuffato di mondo. Quando, invece, si sta nello stato di anoressia, di separazione, si avverte una fame, un vuoto tremendo e si ritorna ad essere bulimici. Questo spiega perché non riusciamo a stare da soli, perché vogliamo stare in mezzo agli altri, ma anche perché, non appena stiamo in mezzo agli altri, vogliamo ritornare da soli. Questo perché il nostro “io” vive sempre di questa doppia modalità, bulimia e anoressia.

Vi ho ricordato anche la parabola del fariseo e del pubblicano. Il fariseo rappresenta l’“io” bulimico che poi diventa anoressico, in quanto dice: “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini…” (Lc 18,11), e così facendo si stacca dagli altri; però l’“io” anoressico ha sempre bisogno dello sguardo del mondo e degli altri, perché soltanto lo sguardo del mondo e degli altri lo possono rassicurare della sua superiorità. L’“io” si immerge nel mondo, nelle relazioni, divora il mondo, fa indigestione, dopodiché diventa anoressico, ma vuole sempre il riconoscimento del mondo, il riconoscimento della sua superiorità e della sua anoressia. Ecco perché il giochetto dell’anoressico e del bulimico è sempre un giochetto isterico. È sempre una recita: “io voglio starmene da solo, però gli altri se ne devono accorgere che sto da solo, perché deve scattare negli altri il senso di colpa per il fatto che sono solo; se nessuno si accorgesse della mia solitudine, che ci sto a fare da solo?”.

Proprio perché l’anoressico, in fondo, ha sempre bisogno di un riconoscimento del mondo, si ritrova una personalità “border-line”, cioè è sempre sul punto di ricadere nuovamente nella bulimia, nel bisogno di mondo. C’è sempre una bulimia di fondo.

È su questa bulimia di fondo che gioca l’“io”, a volte anoressico e a volte no. Per esempio, la moglie dice al marito (o viceversa): “esci, stai dove vuoi, non stare in casa, esci con i tuoi amici,…”; poi, però, quando il marito, o la moglie, stanno un po’ di più fuori di casa, gli si dice: “ma tu non stai mai in casa”. È sempre un oscillare fra bulimia e anoressia.

Ripeto, la bulimia e l’anoressia, prima di essere disturbi alimentari, sono disturbi mentali tipici della relazione.

Che significa “essere in relazione”? Vuol dire “esse in alio”, “essere nell’altro”, aver bisogno del riconoscimento dell’altro ai fini della certezza della propria esistenza: “se tu non mi guardi, io mi sento come se non esistessi”, “se tu non mi amassi, io mi sentirei perso”. Queste sono le frasi tipiche delle relazioni.

Il detto del filosofo empirista ed idealista irlandese Berkeley, “esse est percipi”, cioè “esistere vuol dire venir percepito”, ci spiega lo spettacolo e l’isteria, la recita continua delle relazioni. Il bisogno di essere percepiti, che è la relazione, induce a fare tante cose, anche quelle che sembrano altruistiche, anche quelle che sembrano disinteressate. Alla base, però, ci può essere – e spesso c’è – il bisogno di essere percepiti. La madre che vede i figli sposarsi e prendere la loro strada, non viene più percepita come madre e allora dice: “che senso ha ora la mia vita?”. Un uomo che ha lavorato tutta la vita e che ad una certa età viene tagliato fuori dalla società produttiva, perché non si ha più bisogno di lui e perché ci sono altri che premono per entrare, questo pover’uomo dice: “qual è il senso del mio esistere se la società produttiva non ha più bisogno di me?”. E allora, per reazione, ci si va ad impelagare in tante avventure. Per che cosa? Per sentirsi utile, cioè per sentirsi percepiti.

Nella relazione è l’altro che mi definisce, è l’altro che mi qualifica. Ma qual è il rischio? Proprio perché è l’altro che mi qualifica e mi individua, da una parte sono contento, dall’altra parte, però, so di essere nelle mani dell’altro e questo mi dà fastidio. Allora vado dalla bulimia – “esse in alio” -, all’anoressia – “distaccarsi dall’altro”.

Ultimamente ho letto un articolo che conferma – ma non ce n’è bisogno, sono cose fin troppo evidenti – quello che dico e che penso riguardo a queste cose.

È un’intervista ad uno psicoterapeuta, Michael V. Miller, che ha scritto un libro, “Intimate Terrorism. The Crisis of Love in an Age of Disillusion”. Questo psicoterapeuta, che insegna al M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology) e a Cambridge, è uno psicologo della “Gestalt” – della “Forma” – e nel suo libro descrive le dinamiche di quella relazione fondamentale, primigenia, originaria, che è la relazione tra un uomo e una donna. È chiaro che il discorso fatto sulla relazione bulimia-anoressia va applicato soprattutto a questa relazione. Cosa dice questo psicoterapeuta? Dice: “Tutti i rapporti amorosi contengono una buona dose di ansia. Può essere più o meno accentuata, ma ha comunque a che fare con due paure ancestrali ed opposte: la paura di essere abbandonati e la paura di essere annullati, inglobati dal legame stesso”. Bulimia e anoressia. La paura di non poter mangiare, divorare l’altro, quindi di essere abbandonato e la paura di essere talmente preso dal legame, da essere annullato dal legame stesso. Queste sono due paure ancestrali, cioè paure che sono depositate al fondo di ognuno di noi, sono paure strutturali. È chiaro che queste due paure, essendo l’una opposta all’altra, non possono che generare nell’essere umano uno stato di ansia. Quest’ansia ci porta a ricreare all’infinito l’alternanza dei ruoli di dominatore e dominato, di forte e di debole. Debole perché confesso all’altro di aver bisogno di lui, di nutrirmi di lui. Il famoso vizio capitale che si chiama “gola”, non è il mangiare continuamente dolci, ma è proprio l’aver bisogno di prendere sempre dagli altri, mangiarsi gli altri, divorarseli continuamente per un vuoto esistenziale che si avverte. Quindi in un primo momento bisogna chiedere, bisogna fare atto di sottomissione, mostrarsi deboli, bisognosi. Però il fatto di chiedere, di riconoscere che l’oggetto del bisogno sta fuori di me, è sempre un atto di umiliazione. Allora devo studiare un meccanismo mediante il quale io chiedo, dando, però, l’impressione all’altro che sia lui, o lei, a chiedere. Io scelgo un uomo o una donna, però devo dare all’altro la sensazione che sia stato lui, o lei a scegliere me, perché devo passare continuamente dalla parte del dominato, del debole, del bisognoso, del bavoso, a quella del dominatore, dell’uomo superbo. Ecco l’altro vizio capitale: la superbia.

Al centro dei due vizi c’è l’ira. L’ira è la sensazione di aver avuto un torto grandissimo, per cui divento goloso e superbo, debole e forte, dominato dall’oggetto del bisogno e dominatore.

Mentre in passato erano solo i maschi che riuscivano a fare questo giochetto – “l’uomo che non deve chiedere mai”, mentre in realtà è stato sempre bavoso -, ora lo fanno anche le donne, mettendo in crisi il povero maschietto.

A questo punto l’intervistatore pone a Miller questa domanda: “Questo spiega il fatto che spesso siamo attratti da relazioni palesemente sbilanciate?”. E Miller risponde: “Esattamente. Anche in questo caso per comprendere le ragioni bisogna andare in retromarcia. Qualunque sia il rapporto avuto con il padre e con la madre, sarà il modello relazionale che porteremo con noi nel mondo adulto. Se si è trattato di un rapporto con i genitori punitivo o trascurato, resteremo convinti che quello sia il vero amore e magari inconsapevolmente cercheremo di rivivere sempre quelle esperienze”. Notate qualche contraddizione? Io la noto. Si contraddice perché prima parla di paure ancestrali, strutturali e strutturate e poi dice che il tutto dipende dalla relazione che abbiamo avuto con i genitori. Ma quello non conta! Anche i genitori e i genitori dei genitori, purtroppo, erano strutturati con queste due paure. Non è, quindi, l’ambiente in cui si cresce, il clima familiare, a determinarle. Sono paure ancestrali, che magari in un certo momento sono nascoste, ma che possono comparire quando meno te lo aspetti, in situazioni insospettate e insospettabili e sotto forme insospettate e insospettabili, perché sono dati strutturali.

Perché Miller prima dice che sono paure ancestrali e strutturali e poi le fa dipendere dalla relazione avuta con il padre o con la madre? Che c’entra? Sono paure che stanno sempre, in quanto sono dati strutturali, originari. È chiaro che ci può essere una gradazione, una maggiore o minore intensità del fenomeno, ma la struttura dell’essere umano è sempre la stessa, indipendentemente dal rapporto con la famiglia. Quest’ultimo può accentuare o diminuire la cosa, ma non può essere la sua causa prima.

All’interno del matrimonio c’è tutto quest’aspetto: tutte le crisi matrimoniali derivano proprio da queste due paure ancestrali e siccome ho la sensazione che nessuno, prima di sposarsi, abbia provveduto a risolverle, vi troverete sempre, bene o male, impigliati in questi meccanismi, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

La sensazione che ho, almeno per quanti casi conosco, è che nessuno sia esente da questo “gioco”. In qualcuno la cosa può sonnecchiare, ma c’è e può venir fuori da un momento all’altro.

Ecco perché c’è il sacramento del matrimonio. Non che il matrimonio sia un sacramento! Il matrimonio non ha dovuto aspettare Cristo per esistere. Si parla di “sacramento del matrimonio” nel senso che il sacramento s’impossessa del matrimonio, ma non che il matrimonio sia un sacramento.

Il matrimonio è un’istituzione civile. È stato inventato dalla comunità civile per risolvere due problemi grandissimi: “di chi sono i figli” e “di chi è la proprietà”. Il “matrimonio” è la legge messa alla madre, alla maternità, che ha il fine di salvare il “patrimonio”, cioè tutto ciò che è la legge del padre. Il matrimonio è stato istituito per mettere ordine alle questioni patrimoniali. Quindi, il matrimonio è nato quando è nata la proprietà privata. Dovendo decidere di chi fosse questa benedetta proprietà privata, è chiaro che si doveva sapere chi era il padre, chi era la madre e chi fossero i figli. Non perché allo Stato interessi veramente la paternità o la maternità effettiva di ognuno. L’essenziale, per lo Stato, è che porti il cognome del padre presunto. Lo Stato non si pone il problema morale di stabilire l’effettiva paternità, ma si preoccupa del problema legale e cioè che ogni figlio risulti essere nato in un matrimonio, da un padre e da una madre che abbiano nome e cognome.

Anzi, non so se lo sapete, risulta che il 10% dei figli non è legittimo, pur essendo nato nel matrimonio. Ma questo allo Stato non interessa.

L’unione tra un maschio e una femmina è semplicemente una “strategia del gene”. Il gene, la specie, ha a cuore la prosecuzione della specie stessa: per questo fa scattare nel maschio e nella femmina dei meccanismi che portano all’innamoramento. La finalità dell’innamoramento, però, è sempre la riproduzione, cioè il gene usa questi meccanismi per raggiungere il suo obbiettivo: far nascere un figlio. Tant’è vero che, dopo la riproduzione, i corpi dei genitori invecchiano, cominciano a disfarsi. Questo perché il gene ormai ha raggiunto il suo obbiettivo e non saprebbe che farsene di corpi non abili alla riproduzione. Tant’è vero che, puntualmente, dopo un po’ di tempo, in genere l’uomo dice alla donna e la donna all’uomo: “se non fosse per i figli non staremmo insieme”; stanno confermando la strategia del gene.

Il rapporto tra un uomo ed una donna lo si può analizzare, quindi, sotto tre aspetti:

  1. Dal punto di vista del gene, ognuno di noi, maschio o femmina, è un segmento della specie, che deve solo esplicare la sua funzione riproduttiva, dopodiché non serve più a niente.
  2. Dal punto di vista dello Stato noi siamo dei cittadini con diritto di proprietà, di trasmissione di proprietà, di eredità.
  3. Il sacramento, invece, cosa dice a proposito del matrimonio? Ovviamente nei primi due punti non siamo ancora nel sacramento. Il sacramento, innanzitutto, apre la mente su questa realtà dell’unione fra maschio e femmina e dell’unione di due cittadini e insegna soprattutto che l’uomo e la donna non sono soltanto segmenti della specie, non sono soltanto cittadini di uno Stato, ma sono “persone”. Il sacramento ci insegna che nel matrimonio ci sono due persone, una di fronte all’altra, non in relazione, ma una di fronte all’altra, perché relazione vuol dire “essere nell’altro” e due “persone” non sono l’una nell’altra, ma una di fronte all’altra. Qual è il concetto di persona? La parola deriva dal latino “per-sonare”, che vuol dire “risuonare attraverso”. La “persona” era la maschera usata, nell’antica Grecia e nell’antica Roma, negli anfiteatri: ora, siccome non c’erano microfoni era necessario, per far risuonare la voce, che gli attori indossassero delle enormi maschere, le quali svolgevano la funzione di cassa di risonanza. Questa maschera era chiamata “persona”, perché la voce risuonava attraverso di essa diventando udibile da tutti. Cosa vuol dire, quindi, “essere persona”. Cosa risuona attraverso di noi? Attraverso la persona risuona la voce dell’Eterno, dell’Assoluto. Allora, quando dinanzi a me non ho un segmento della specie, non ho un cittadino, ma una persona attraverso la quale risuona l’Assoluto, io non posso più utilizzarlo, non posso più strumentalizzarlo e so che non potrò mai soddisfare le sue esigenze assolute. E l’altro, che è persona, sa che io non potrò mai soddisfare le sue esigenze assolute. Quindi nel matrimonio non ci sarà più una richiesta di cose impossibili, non si diranno più frasi stupide come: “tu mi devi dare la felicità”, “tu devi riempire la vita”; come se la persona fosse un Dio. Attraverso la persona risuona la voce di Dio, ma la persona non è Dio. Invece continuiamo a dire frasi sciocche, infantili, che caricano sulle spalle di chi ci sta di fronte un compito e un ruolo che non può mai avere, perché l’altro è persona, nell’altro risuonano esigenze assolute, eterne che io non posso mai soddisfare, e lui non potrà mai soddisfare le mie. Il sacramento ci insegna l’incomunicabilità profondissima fra due persone. Nel matrimonio, invece, si dicono spesso frasi tipo: “mio marito/mia moglie non mi capisce”; ma questo è il minimo che può capitare! Come si fa a capire una persona che ha esigenze assolute: il minimo che può capitare è che non ci si capisca! Ed è un bene che le parti più profonde e più intime non siano comunicabili. Soltanto l’Assoluto ci può capire completamente. Il sacramento viene, dunque, a spaccare, a separare ciò che erroneamente presumiamo unito, quella unità che noi vogliamo ci sia, ma che in realtà non c’è. Ecco perché nel “Genesi” si dice: “…e i due saranno una sola carne”, (Gen. 2,24). Non si riferisce al rapporto carnale. “Carne” in greco si dice “sarx”, parola questa che ha la stessa radice di “sacramento”, vuol dire separazione: i due faranno l’esperienza della carne, cioè della separazione. Le Sacre Scritture ci insegnano che i rapporti sessuali, se dal punto di vista della specie, del gene, funzionano, dal punto di vista della persona ci lasciano in uno stato di separazione maggiore.

La struttura sacramentaria si applica ad ogni sacramento. L’acqua del battesimo, per esempio, a cosa serve? Si dice “a lavare, “a purificare”; invece no. La parola “battesimo” vuol dire “sbattere”, “sommergere”. Così per l’eucarestia: si dice solo che è un atto di grande comunione, il mangiare insieme. Però Gesù, nell’ultima cena, dice anche: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà” (Mt 26,23). Anche il mangiare viene spaccato, separato, diventa bene e male nello stesso tempo. E così ogni sacramento.

Concludo con una frase di un certo Sir Ernest Costell, che era il banchiere di Edoardo VIII: “Gli esseri umani pensano come un gregge, – cioè non pensano – diventano matti in gregge – le relazioni ci fanno ammattire tutti quanti – e ritrovano l’uso dell’intelligenza lentamente e singolarmente”. Questo si chiama “processo di individuazione”. L’uso dell’intelligenza si può ritrovare solo lentamente e singolarmente. Non ho visto mai dieci, quindici, venti persone che insieme hanno ritrovato lentamente l’uso dell’intelligenza. Diceva il filosofo Pascal: “…ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: l’incapacità di starsene tranquilli, in una camera.”, (B. Pascal, “Pensieri”). I problemi dell’uomo cominciano quando esce dalla sua stanza!