Vi dicevo l’altra volta che non esiste una sola psicoanalisi, ma esistono, purtroppo, le psicoanalisi. Dico “le psicoanalisi” con un senso quasi di sfiducia, perché parecchie teorie psicoanalitiche sono talmente in contrasto tra di loro da non poter essere ricondotte neanche sotto lo stesso tetto. Quindi, vi prego toglietevi dalla testa l’idea che esista una sola psicoanalisi. Esistono le psicoanalisi.

I concetti di base delle diverse teorie psicoanalitiche, purtroppo, non sono ben definiti e, anche se sono ben definiti dai loro autori, una volta vengono usati in un modo, con un significato, e un’altra volta vengono usate con un altro significato. Questa è una tecnica che serve ad aver sempre ragione: quando posso giostrare sui significati allora vuol dire che l’ultima parola la dice l’ultimo significato.

Anche concetti basilari come, per esempio, il complesso di Edipo, il meccanismo di formazione dei sogni, che sembrano essere piuttosto chiari e ben definiti, in realtà non hanno alcun riscontro, nessuna verifica; e d’altra parte questi concetti base, queste entità psichiche chiamate in causa dalle teorie psicoanalitiche, si comportano in modo diverso nelle diverse situazioni. Quindi, la psicoanalisi non permette un racconto lineare, cioè non si può raccontare la teoria psicoanalitica. Non lo si può fare perché è contraddittoria, in quanto le stesse entità psichiche una volta vengono usate con un significato, un’altra volta vengono usate con un altro significato. Per cui il principio è questo: non è il cliente ad aver sempre ragione, ma lo psicoanalista, perché può giostrare sui diversi significati che hanno le stesse entità psichiche in diverse situazioni.

Quindi, la teoria psicoanalitica, proprio perché è contraddittoria in sé stessa e nei suoi stessi significati, non ha neanche verifiche, non è raccontabile, perché per essere raccontabile deve avere uno sviluppo lineare.

La scienza si costituisce e si afferma in una comunità scientifica proprio perché fa un discorso, un racconto lineare: se questo discorso, ad un certo momento, da essere lineare si spezza, si frantuma, si ritorce contro sé stesso diventando contraddittorio, si dice che il racconto non è più scientifico.

Dicono alcuni psicoanalisti: “sì, questo è vero, ma la psicoanalisi non è scienza”. Non essendo, allora, la psicoanalisi una scienza non ha il dovere di presentarsi come un racconto lineare. Mentre il racconto lineare della scienza ha la pretesa di agganciare la realtà, di essere vero – quando gli scienziati fanno un racconto delle loro teorie scientifiche presumono che questo racconto agganci la realtà e quindi che sia vero, perché ogni discorso che aggancia la realtà lo diciamo vero – la psicoanalisi – dicono molti psicoanalisti – non ha la preoccupazione del racconto vero, perché non intende essere scientifica.

Ma il problema è un altro: che le molteplici psicoanalisi non vogliano essere scienza, è un fatto positivo, perché è meglio dire “la mia non è una scienza”, che spacciare per vera scienza ciò che scienza non è; il fatto è che anche come racconto logico, i vari racconti psicoanalitici mancano di linearità, di logicità.

Ricordatevi che una cosa è la logicità, un’altra cosa è la verità di un racconto. Il racconto si dice vero quando aggancia la realtà. Il racconto si dice logico quando non pretende di agganciare la realtà, ma è logico in quanto in sé stesso è costruito in maniera liscia, lineare, cioè fila, anche se non dice niente circa i rapporti con la realtà. Le favole, per esempio, non ci interessa che abbiano un aggancio con la realtà: ci interessa che la favola sia costruita in modo logico, coerente, lineare, cioè che ci sia una logicità interna al sistema.

Lo “strutturalismo”, per esempio, ha teorizzato tutto questo aspetto della logicità del sistema, per cui ad uno strutturalista interessa che la struttura del discorso sia logica e coerente all’interno; che poi abbia o no un riscontro con la realtà, questo non interessa proprio.

La psicoanalisi, dunque, oscilla tra questa pretesa di scientificità e il riconoscimento di non scientificità; ma sia in un caso che nell’altro tutti i racconti psicoanalitici mancano di linearità, di coerenza, sia che vogliano agganciare la realtà, quindi essere veri, sia che non vogliano agganciare la realtà ed essere semplicemente logici, coerenti internamente a sé stessi.

Questo problema della psicoanalisi – e sono anni che appassiono a questo problema – mi ha portato a fare di tutte le varie teorie psicoanalitiche un bel mucchietto e a gettarle nella spazzatura.

Gli psicoanalisti junghiani, per esempio, insistono molto sulle favole, le favole che curano. È necessario – sostengono questi psicoanalisti -, per guarire una persona, raccontare una favola: in questo modo la persona abbandona la realtà, entra nel mondo delle favole e guarisce. Naturalmente, quando torna alla realtà i problemi riprendono punto e daccapo.

Delle teorie psicoanalitiche ho salvato soltanto alcuni termini. Uno di questi è il termine “inconscio”. Questo termine è molto importante, perché non c’è teoria psicoanalitica che non si rifaccia ad un inconscio. Il problema è che il modo in cui l’inconscio viene descritto dalle varie teorie psicoanalitiche è un’ira di Dio.

Si afferma, per esempio, che nell’inconscio non vige la legge della non-contraddizione, per cui nell’inconscio il padre sta al posto del figlio, il figlio sta al posto del padre, la madre sta al posto della figlia, la figlia sta al posto della madre, il cielo sta al posto della terra, la terra sta al posto del cielo, ecc.; cioè l’inconscio, secondo la teoria psicoanalitica, non ha problemi di contraddizione.

Voi capite bene che una teoria che parla dell’inconscio in termini di realtà e che sottrae l’inconscio al principio di non-contraddizione, è qualche cosa che non può corrispondere alla realtà, perché sono convintissimo che ogni cosa è sempre identica a sé stessa. Questa concezione dell’inconscio può soltanto confondere ulteriormente la mente del poveretto che va dallo psicoanalista con il desiderio di chiarirsi e di chiarire la propria mente. A sentir parlare di questo inconscio, che in sé non ha la legge della non-contraddizione, per cui tutto è contraddittorio, se prima, il paziente, la testa ce l’aveva scassata a ¾, alla fine ce l’avrà scassata a 4/4.

Un altro termine che ho salvato è proprio il termine “psicoanalisi”. Ho conservato il termine psicoanalisi perché mi è sembrato interessante. Già vi ho spiegato che la parola “psicoanalisi” significa – dall’etimo della parola – “scioglimento della psiche”, dissolvimento della psiche. L’etimo della parola mi ha illuminato più di quanto non mi abbiano illuminato tutte le teorie psicoanalitiche. Per questo motivo ho salvato il termine “psicoanalisi”, perché mi sono accorto che tutte le teorie psicoanalitiche entravano in contraddizione, erano la sconfessione del termine stesso, dell’oggetto. Ricordatevi sempre che le parole non sono mai neutre: le parole hanno il loro contenuto. Se noi fossimo più attenti alle parole che diciamo, ci renderemmo conto che le parole si portano insieme un contenuto loro proprio e saremmo molto più rispettosi dei termini.

Con quest’idea dell’etimo della parola ho cominciato ad aprire gli occhi e a cercare e ho trovato nello stesso Vangelo dei riferimenti straordinari e magnifici. Nel Vangelo in greco ricorre molto spesso la parola “psiche” sulla bocca di Gesù. “Perché chi vorrà salvare la propria [psiche], la perderà; ma chi perderà la propria [psiche] per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria [psiche]? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria [psiche]?” (Mt 16,25-26).

Ho trovato questi riferimenti, importantissimi! È iniziata una esegesi serrata di questo concetto di psiche così come me lo presenta Gesù nel Vangelo. “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria [psiche]?”. Questo è il passo che mi ha illuminato. Se la psiche guadagna il mondo intero, in questo guadagno del mondo intero, in questo prendere il mondo intero non fa altro che perdere sé stessa. Quindi, la psiche, è questa relazione tra l’“io” e il mondo. Il mondo come proiezione dell’“io” e l’“io” come proiezione del mondo. Quando avrò dominato, avrò guadagnato tutto il mondo, in realtà, non mi sarò salvato, ma avrò perso la mia psiche, cioè avrò perso la mia possibilità di relazione, perché il mondo mi toglie questa possibilità, il mondo mi assorbe.

La psiche è una dimensione strutturale eterna del nostro essere e del nostro esistere. Il problema è vedere con chi entriamo in relazione. Se entro in relazione con il mondo e penso che, guadagnando il mondo, ho guadagnato tutto, Gesù mi dice che, in realtà, ho semplicemente perso la possibilità di una vera relazione, ho perso la mia psiche, perché il mondo che penso di aver guadagnato, di possedere e di dominare, sta semplicemente possedendo me. Allora, chi perde la sua psiche, cioè la sua relazione con il mondo, la salva, perché acquista un altro tipo di relazione, una relazione che non è come quella con il mondo, di divoramento. Qui ritorniamo al tema dell’anoressia e della bulimia. L’“io”, il nostro “io”, si pone nei confronti del mondo come un oggetto da divorare, da prendere continuamente, perché si sente vuoto. Diceva Marx: “La religione è l’oppio dei popoli”, e aggiungeva un’altra frase molto importante: “la religione è il sospiro di un’anima – di una psiche – in un mondo senz’anima”. L’“io” sente proprio il bisogno di mondanizzarsi, di prendere il mondo, perché il mondo è l’oggetto che da sempre desidera, è l’oggetto che da sempre vuole conquistare e divorare, è l’oggetto estraneo di cui si vuole appropriare.

Pensate, per esempio, al narcisista, che cerca di stare sempre al di sopra di tutti per proclamare le sue virtù e le sue qualità ineffabili. Che cosa sarebbe un narcisista se non ci fosse di fronte a lui un mondo che lo adora, che gli dice “bravo”, che lo innalza, che lo stima, che lo ritiene necessario, indispensabile. Il mondo divora il narcisista, perché sa che il narcisista senza di lui sarebbe niente. Una bulimia continua da parte dell’“io” nei confronti del mondo e da parte del mondo nei confronti dell’“io”. Quando questa bulimia, questa “fame da bue”, diventa insopportabile e viene la nausea, inizia la seconda fase, che è quella dell’anoressia, il vomito. L’“io” vuole conquistare il mondo e il mondo vuole conquistare l’“io”: sono affamati l’uno dell’altro, si divorano continuamente. Ma proprio questa dipendenza continua dell’“io” dal mondo, e del mondo dall’“io”, genera una nausea. Quando arriva la nausea comincia il vomito. Così nasce il problema dell’anoressia. L’anoressico è colui che vuole tagliare i ponti con tutti. L’anoressico è colui che vuole vomitare tutto ciò che ha in corpo perché tutto quello che ha in corpo gli parla sempre della sua dipendenza. Allora deve vomitare tutto, perché, vomitando tutto, vomita la sua dipendenza dal mondo.

Ma ricordatevi che anche questi fenomeni di anoressia, di vomito, di rigetto del mondo, l’anoressico li deve recitare di fronte al mondo: anche quando c’è anoressia, quando c’è vomito, c’è ancora lo spettacolo dinanzi al mondo, perché l’anoressico ha sempre bisogno che il mondo lo guardi, che lo confermi. Infatti, l’anoressico, dinanzi a tutti recita la parte dell’anoressico, vomita continuamente, ma sotto sotto, quando nessuno lo vede, qualche cosa la mangia sempre, ma non deve essere visto. Qualche cosa per sostenersi, qualche cosa per continuare la sua recita la deve mangiare.

Vi ricordo che l’anoressia e la bulimia, prima di essere fenomeni somatici, del corpo (alimentari), sono fenomeni mentali. Anoressici e bulimici siamo un po’ tutti quanti, perché tutti quanti viviamo questo rapporto strano con il mondo e con tutti il mondo vive questo rapporto strano. Mentalmente siamo tutti bulimici e anoressici, più o meno! Ci sono quelli che traducono quest’anoressia e bulimia a livello somatico, ma non tutti hanno questa specie di conversione a livello somatico.

Il suicida, per esempio, è innanzitutto un anoressico mentale, che rifiuta la dipendenza dal mondo. I suicidi sono persone di un’intelligenza molto elevata, che disdegnano la relazione con qualcosa che è diverso da sé, cioè non vogliono mettere dentro di sé niente di estraneo. Per cui suicidarsi è un modo per difendere la propria identità. Ripeto, sono persone di un’intelligenza notevole, sono anoressici ormai puri, che non prendono più niente. Solitamente, nei suicidi, c’è un problema isterico, cioè sentono il bisogno di essere osservati, ma di questo essere osservati hanno bisogno proprio per negare quelli che li osservano.

Prima di essere un peccato per la Chiesa, il suicidio è un atto falso, perché il suicida pretende, alla fine, di essere padrone anche della sua morte. Ma, in realtà, è la morte che da sempre è padrona di noi, perché nasciamo mortali. Anche quando pensiamo di essere padroni della nostra morte, la morte sta ridendo, sta facendo soltanto il suo gioco attraverso un nostro atto falso di presunzione. Per cui, prima di essere un atto condannato dalla Chiesa, è un atto che non ha verità, perché dice qualcosa che non è. Il suicida dice: “io voglio essere padrone della mia morte”; ma questo è impossibile, perché appena sei nato, prima che tu cominciassi a ragionare, già la morte ti teneva in pugno. Come diceva il filosofo Lacan, la morte è “la metre absolute”, per dire che da sempre la morte è la tua padrona, anche quando pensi di darti la morte.

Quindi il suicidio è un peccato non perché – come dicono alcuni – la vita è un dono di Dio (non la metto in questi termini), ma proprio perché un atto che non risponde a verità.

Ritorniamo alla parabola del fariseo e del pubblicano. Dicemmo che il fariseo è proprio l’“io” che si costruisce, che si gonfia, l’“io” bulimico, che ha bisogno dell’approvazione. Infatti, Gesù, parlando degli scribi e dei farisei, diceva: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini…amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze…” (Mt 23,5-7); ed anche: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità” (Mt 23,27-28).

Il fariseo è l’“io” bulimico, ha bisogno continuamente di riempirsi, ha bisogno di fare continuamente. Proprio perché ha questo bisogno, ha sempre bisogno di tempo, usa spesso espressioni tipo: “mi manca il tempo”, “non ho tempo”, “vorrei avere più tempo”. E se alla fine qualcosa non va bene, è sempre colpa degli altri, perché “gli altri non entrano nel mio disegno”, “gli altri non rientrano nel mio piano”, “gli altri non rientrano nel mio programma”. Ma dove sta scritto che gli altri devono andare per forza nel suo programma? Il fariseo ha bisogno continuo di tempo e di spazio. Ha bisogno di spazio, perché si sente sempre come se soffrisse di asma, di asfissia, di dispnea, si sente la gente addosso, si sente troppo ristretto, costretto.

Il fariseo bulimico se la prende col Padreterno, perché gli impedisce di essere, lui, il Padreterno, e pensa: “se io fossi stato il Padreterno, avrei fatto le cose meglio”.

Sono così parecchie persone. Il fariseo-bulimico non è una figura rara, è una figura molto frequente. Nel campo del lavoro: i manager, ad esempio, sono dei bulimici, perché hanno sempre bisogno di mondo, di tempo e di spazio, continuamente, non gli basta mai niente e siccome gli altri non possono stare al loro gioco, la colpa è sempre degli altri. Cominciano a fare anoressici, cominciano a rigettare il mondo e a dare la colpa agli altri; si distanziano, si allontanano, fanno gli offesi e vomitano. Si offendono perché il mondo non li capisce, perché il mondo non sta al loro gioco, perché il mondo non collabora, perché tutto il mondo è un complotto nei loro confronti.

L’anoressico mentale diventa un paranoico. È roba da essere curati farmacologicamente! Bulimia, anoressia, paranoicità: questi sono caratteri diffusi, basta avere un po’ di contatti con la gente per rendersene conto, c’è da divertirsi. L’unica soluzione è starsene per i fatti propri. Diceva un autore, di cui non ricordo il nome: “per un’ora che sto con le persone, ho bisogno, poi, di quattro ore per togliermi di dosso tutto quello che rappresentano”. E aveva ragione, soprattutto con certe persone! Ecco perché noi preti andremo dritti in paradiso: facciamo già la nostra penitenza sulla terra, sempre a contatto con la gente!? Quella è la nostra penitenza!?!

Il pubblicano, invece, è colui che rimane in fondo al tempio, non osa alzare lo sguardo e dice: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13). Proprio perché sta al fondo del tempio, lo sguardo del pubblicano, il suo punto di vista, è molto più vasto, è molto più ampia la sua prospettiva, vede meglio le cose.

Il fariseo è l’“io”, il pubblicano è la coscienza. La coscienza è ciò che distrugge l’“io”: più coscienza c’è, meno c’è l’“io” farisaico, bulimico, anoressico e paranoico.

Là dove la coscienza non emerge, l’“io” farisaico vegeta, si sviluppa magnificamente. Oggi si vedono delle piante altissime di questi “io” farisaici.

La coscienza, invece, sta in fondo, ha la visuale più vasta, l’orizzonte più vasto, vede meglio le cose e si accorge che tutto quest’“io” è soltanto una formazione reattiva, cioè una volontà di prendere le distanze dalla coscienza.

Vi ho già detto che l’anoressia e la bulimia, quelle che sui libri di psichiatria chiamano “anoressia” e “bulimia”, sono conversioni somatiche dell’anoressia e della bulimia mentale. Ora, per alcuni non avviene questa conversione, cioè il corpo non viene toccato da questo disturbo, rimane solo a livello mentale; per altri, invece, quest’anoressia e bulimia mentale si trasforma in anoressia e bulimia somatica. Il motivo per cui in alcuni avviene questa conversione a volte si capisce, altre volte no. Ma l’anoressia e la bulimia mentale sono disturbi di carattere esistenziale che resistono fino a quando il campo non viene preso in consegna, non viene dominato dalla coscienza. È la coscienza che spazza via l’“io” anoressico, bulimico e paranoico. Quando emerge la coscienza allora l’“io” finisce.

La coscienza ce l’abbiamo tutti, è solo che non vogliamo farla emergere! La coscienza è vecchia e noi abbiamo paura di ciò che è vecchio. La coscienza è nuda, è tollerante, ma l’essere vecchio, l’essere nudo e l’essere tollerante è qualcosa di inconciliabile con l’“io” bulimico e anoressico.

La coscienza è vecchia, perché ha a che fare con il tempo: non il tempo così come, solitamente, lo viviamo (il tempo della vita, il tempo dell’infanzia, il tempo della pre-adolescenza, dell’adolescenza, della giovinezza, della maturità ed infine della vecchiaia, come se esistessero le diverse età). Questo è il tempo psicologico, questa è la “durata”, quel tempo di cui abbiamo bisogno, di cui il nostro organismo ha bisogno, il nostro “io” ha bisogno per costruirsi, per svilupparsi, per essere anoressico, bulimico e paranoico.

Il tempo di cui parlo, il tempo con cui ha a che fare la coscienza, è il tempo metafisico, è il tempo che non è più interno: il vecchio è colui che dice “non ho tempo”, non nel senso che non ha tempo di fare qualcosa, ma “non ho il tempo” perché il tempo non è mio, il tempo sta fuori di me, il tempo è l’orologio, lo scandire dei secondi ed è su questo tempo dell’orologio, il tempo-quantità, che io non ho alcun potere, perché passa inesorabilmente. La coscienza è vecchia perché ha a che fare con il tempo, ma non il tempo psicologico (voglio il tempo per fare questo e il tempo per fare quell’altro): la coscienza ha a che fare con il tempo quantitativo, il tempo esterno, il tempo che ti sovrasta, il tempo di cui senti l’oppressione.

Tutti quanti, penso, abbiamo fatto almeno una volta l’esperienza di rimanere soli, in una stanza, senza avere granché da fare: cominciamo a sentire il ticchettio dell’orologio che scandisce i secondi e di questo tempo abbiamo paura. Allora ci alziamo e cerchiamo di fare qualcosa, cerchiamo di non pensare. Questo per dire che la coscienza ce l’abbiamo tutti, ma non vogliamo farla emergere, perché sappiamo che se emerge la coscienza l’“io” finisce.

La coscienza è vecchia, ma non come il vecchio stupido, scemo, che si veste da giovane, che va in palestra per sentirsi sempre allenato, che va in discoteca: quello non è un vecchio, quello è un cretino. Quello è uno che vuole ancor più negare e prendere le distanze dalla coscienza. E non è neanche quel vecchio rimbambito che sta sempre a lamentarsi, perché si sente emarginato, messo ai lati, trascurato e dice: “nessuno si cura più di me”. Un altro che non ha fatto emergere ancora la coscienza e che pensa che se uno avesse attenzione nei suoi confronti, starebbe meglio.

Sono solo chiacchiere, perché i vecchi più li curi e peggio stanno. Perché questo? Perché sta per emergere il tempo esterno, metafisico. Ecco perché il vecchio – l’ultimo canto del cigno – vorrebbe fare chissà che cosa, perché ha a che fare con il tempo inesorabile. Direbbe Kant “con il tempo noumenico”, il tempo su cui non hai alcun potere, perché è quel tempo ad avere il potere su di te e questo tempo noumenico-metafisico è l’altro nome della morte, è l’altro nome della necessità, di ciò che non si può cambiare, di Dio, dell’Assoluto.

Oggi, invece, si fa la “politica per i vecchi”: li facciamo ballare, gli facciamo fare un sacco di cose. Insomma, li prendiamo in giro! Un vecchio che sia veramente vecchio – nel senso che ha fatto emergere la coscienza e che ha rapporto con il tempo esterno – ad uno che gli va a proporre la politica per i vecchi, gli sputerebbe in faccia, perché saprebbe che lo si vuole imbrogliare. Il vero vecchio direbbe: “Proprio ora che sta per emergere il meglio di me – la coscienza del tempo esterno, del tempo metafisico – dovrei mettermi a fare queste fesserie!”.

Ecco perché l’unica età è la vecchiaia, perché solo il vecchio ha questa sensazione del tempo esterno. Le altre non sono età, perché scorrono: il bambino è quello che gli adulti vogliono che sia, la persona matura è ciò che il mondo vuole che sia. Soltanto il vecchio che fa emergere la coscienza (proprio perché nessuno ha bisogno di lui), può diventare un vecchio terribile: non per le sue richieste, non per i suoi lamenti, ma perché manifesta e rappresenta la vita così com’è, la coscienza che si scontra con il tempo esterno, con il tempo che non passa, immobile, con il tempo-quantità.

Quando li vedremo questi vecchi? Quando emergerà la coscienza?

La coscienza è vecchia. Anzi, mi permetto di sostituire “vecchia” con “eterna”: la coscienza è “eterna”.

A volte, certe raffigurazioni di Dio possono sembrare strane, ma sono molto congrue. Nelle antiche iconografie Dio viene rappresentato sotto forma di un vecchio con la barba, un vecchio terribile! È colui che non puoi muovere più, perché il vecchio, proprio perché ha fatto emergere la coscienza (solo allora è veramente vecchio), mediante un’idea ha anticipato tutto quello che ci può essere, e lo manifesta, dice: “questa è l’esistenza”.

La coscienza non vive più di illusioni, la coscienza non vive più di anoressia e di bulimia. La coscienza vive in questo rapporto con il tempo esterno, con il tempo metafisico, con il tempo terribile.

Quando, per esempio, una malattia ci costringe a stare un po’ di più fermi a casa, a letto (una malattia che ci dia, però, la possibilità di pensare), allora ci troviamo dinanzi al tempo che non passa mai: quello, dunque, è il tempo esterno.

La coscienza è vecchia perché vive questo rapporto col tempo esterno, un tempo che non è più a sua disposizione, ma un tempo con cui deve fare i conti.

La psicoanalisi ha la finalità di sciogliere la psiche per permettere l’emergere della coscienza. Ecco perché la psicoanalisi è un lavoraccio, ecco perché la psicoanalisi non la consiglio a tutti, ecco perché la psicoanalisi porta laddove non avremmo mai pensato di arrivare. Di sicuro, però, è un’esperienza liberante, perché il resto è tutto “io”, anoressico, bulimico e paranoico.