Vi vedo numerosi e attenti e mi chiedo sempre il motivo di questa grande attenzione che si ha nei confronti di queste tematiche della psiche. Tutti i termini composti con questa parola – psiche -, hanno un fascino tremendo sulle persone, evocano fantasmi, in alcuni evocano delle aule misteriose, fascinose; se si vuol far colpo sulla gente basta parlare di psicologia. Questo perché la gente pensa di scoprire chissà che cosa. Io ormai in questo campo ci sto da anni e mi sono convinto che la psicologia, come il matrimonio, è come una città assediata. Nella città assediata, quelli che stanno dentro vogliono uscire e quelli che stanno fuori vogliono entrare. La psicologia e come l’AIDS, se la conosci la eviti.

La psicologia e un po’ come me: se mi conoscete bene, ve ne scappate. Mi chiedo sempre il motivo di questo fascino che la psicologia esercita un po’ su tutti. Se andate a chiedere agli studenti di psicologia vi risponderanno che hanno intrapreso gli studi perché sono stati affascinati da queste tematiche. Però se dopo qualche anno si chiede a questi studenti un parere sui loro studi, li vedete un po’ troppo disincantati nei confronti di questo sapere, cioè non hanno trovato quello che cercavano, quello che speravano di trovare.

La psicologia si è ridotta a qualcosa di molto sterile, questa è la situazione della psicologia accademica, cioè quella che si fa in Università. Infatti, i due grossi filoni della psicologia accademica sono la “psicologia naturalistica” (sperimentale) e la “psicologia dell’«io»”. La psicologia naturalistica fa tanti esperimenti sugli animali, studia, cioè, il comportamento, il modo di reagire degli animali: quantifica, misura la stimolazione, misura la risposta, le soglie del dolore, del piacere, della stimolazione visiva; poi si affaccia un po’ nel campo dell’emozione, ma anche l’emozione viene studiata dal punto di vista quantitativo, si misura la quantità di saliva che viene prodotta, la superficie di rossore che prende un po’ tutto il corpo umano quando ci sono delle emozioni, ecc. Quindi un metodo sperimentale che cerca di capire l’uomo soprattutto studiando il comportamento degli animali. Questa è la psicologia sperimentale, che vuole attribuirsi un’aria di scientificità. Ma sapete che la scienza sperimentale, per essere tale, ha bisogno di osservazioni, ipotesi, costruzione di un modello in laboratorio, verifica dell’esperimento, quantificazione dell’esperimento, formulazione di un modello matematico. La sperimentazione scientifica si conclude con un modello matematico. Perché tutto ciò che non è riproducibile o riducibile a un modello matematico non è considerato scientifico.

La matematica non è una scienza, è un linguaggio altamente formale, astratto, che permette una comunicazione rapida: rapida perché è molto stringato, rapida perché sui numeri c’è un’intesa universale, rapida perché la quantità di scrittura che si usa in matematica è poca e quindi può essere comunicata con estrema facilità. Ci troviamo, quindi, di fronte a questa branca, a questo orientamento della psicologia accademica che è un orientamento sperimentale e che io chiamo naturalistico. Questo orientamento è impossibile in quanto riduce l’uomo a quantità da misurare, riduce l’uomo ad un fatto di natura che può essere sperimentato, verificato o falsificato – come direbbe l’epistemologo Popper – e poi espresso in formule matematiche. Chiamo questo filone della psicologia “naturalistico”, perché l’uomo viene ridotto a livello di fatto naturale. La scientificità di questo tipo di psicologia viene raggiunta, viene guadagnata grazie ad una riduzione dell’essere umano ad un fatto naturalistico. Infatti, quando si comincia a studiare la psicologia naturale e si parla del “condizionamento”, l’esempio che si fa per primo è quello del “Condizionamento riflesso” di I. P. Pavlov. Questo studioso russo, usando un cane come cavia, cominciò con l’associare l’accensione di una lampadina all’offerta di cibo. L’offerta del cibo stimolava la salivazione del cane. La saliva veniva misurata e rappresentava il significante della sua emozione di fronte al cibo. In seguito decisero di non dare più il cibo al cane e di accendere soltanto la lampadina. Volevano, cioè, convincere il cane che potesse saziarsi solo guardando la lampadina accesa. Ci aveva provato molti secoli prima il filosofo cinico Diogene, il quale diceva più o meno: “magari riuscissi a sfamarmi grattandomi la pancia, così come posso soddisfare altri istinti grattandomi qualche altra cosa”. Pavlov, invece, aveva la presunzione di saziare il cane facendogli soltanto vedere la lampadina accesa. Il cane, che è scemo, si era abituato e ogni volta che vedeva la luce accesa, ma senza cibo, salivava. Pavlov misurò la saliva e si accorse che era della stessa quantità di quella emessa quando veniva somministrato anche il cibo. Conclusione: il cane era sazio. Così è nata la psicologia sperimentale, studiando gli animali.

Anche quando si sperimenta sugli uomini, questi devono essere ridotti a livello di animali, altrimenti l’esperimento non funziona. Questo perché se c’è l’interferenza della coscienza – e l’interferenza della coscienza non è quantificabile – non è più possibile, per la psicologia naturalistica, poter dare un modello matematico, scientifico, perfetto. Un modello matematico non può tener conto delle variabili che sono le interferenze coscienziali. Spesso fanno dei test di intelligenza: con uno di questi test hanno scoperto che la razza bianca è più intelligente della razza nera, perché il quoziente intellettivo dei bianchi è risultato più alto di quello dei neri. È un test attendibile? Chissà che cosa aveva per la testa in quel momento quel povero nero sottoposto al test! È chiaro che la coscienza interferisce sulle risposte comportamentali.

Questa è la psicologia “seria” che si studia. Queste sono sperimentazioni “serie”, anche se non approdano a nulla!?

Per reazione a questa psicologia sperimentale è stato messo su un altro filone di ricerca psicologica, che si chiama psicologia dell’“io”, messa su proprio per difendersi da questa invasione di animalità. I sostenitori di questa teoria differenziano l’uomo dall’animale poiché – sostengono – l’animale non ha cultura, non fa storia, non costruisce, non fabbrica, non lavora. È impossibile ridurre l’uomo a livello dell’animale: l’uomo è un animale “culturale” e non “naturale”. Per cultura si intende non il fior fiore dell’intelligenza, ma tutte le espressioni che l’uomo costruisce per dare un senso all’esistenza. L’uomo è irriducibile alla natura, perché l’uomo è un “io”.

Ma, a mio parere, la parola “io” – che ritengo soltanto una comodità linguistica – nasconde dietro di sé qualche altra cosa, qualche forza misteriosa, sconosciuta. È questo che spinge la gente ad interessarsi della psiche; non si può identificare tout court la psiche con l’“io”. La psiche è un territorio molto più vasto. Né si può identificare la psiche con l’animalità, altrimenti perderemmo la nostra specificità riducendo tutto al circolo stimolo-risposta. Non è che io ci tenga molto alla mia specificità, però sono costretto a riconoscere che tra l’uomo e l’animale c’è una certa differenza, perché due parole diverse non possono indicare la stessa cosa. I sinonimi – secondo me – non esistono: anche quei termini che noi trattiamo come sinonimi, state pur tranquilli, coglieranno ognuno almeno una sfumatura che l’altro non coglie.

Gli studenti si imbattono in questi due tipi di psicologia e rimangono delusi. L’unica speranza che hanno è la psicoanalisi, che parla, appunto, dell’inconscio.

Cos’è la “persona”? Perché si chiama “persona”? Chi ha studiato le favole di Fedro sa che c’è tra queste una favola, la settima, da titolo: “Persona et vulpis”; tradotto in italiano: “La maschera e la volpe”. Una volpe si avvicinò ad una maschera bellissima e disse: ma guarda che sorte! Sei così bella, ma sei così vuota.

“Persona” deriva dal latino, “per-sona”, cioè “suonare attraverso”: quindi lo strumento attraverso il quale una voce risuona. La “persona” era una maschera molto grande, usata negli anfiteatri per migliorare l’acustica: la voce dell’attore risuonava in questa grande maschera, diventando, così, udibile per tutti. La maschera si chiamava “persona”, perché la voce attraverso di essa “per-suonava”, cioè rimbombava sempre di più.

Il concetto che manca alla psicologia sperimentale e che manca alla psicologia dell’“io” o del riduzionismo umanistico è proprio il concetto di persona, cioè non riescono queste due psicologie a cogliere la presenza di una voce – che chiamiamo inconscio – che risuona attraverso di noi che siamo semplicemente la maschera di questo inconscio. Ecco perché i due tipi di psicologia hanno dei limiti grossissimi, anche se entrambi hanno il loro momento di verità. La psicologia dell’“io” ha il suo momento di verità nel fatto che l’“io” deve quasi opporsi a questa voce, a questo sentirsi espropriato di sé stesso per fare il vuoto attraverso il quale risuona questa voce dell’inconscio. L’“io” come difesa, come resistenza, resistenza della cultura non alla natura, ma a questo inconscio che non è natura. Il momento di verità del riduzionismo naturalistico, o psicologia sperimentale, è quello che l’animale è il significante di qualcosa che sta prima della cultura, prima dell’io, prima della natura, ma che non possiamo ridurre completamente a natura.

Il concetto di persona ci permette di cogliere questi due elementi di verità della psicologia sperimentale e della psicologia dell’“io”, di portarli ad un livello superiore superando le contraddizioni e di rendere fecondi questi due aspetti, questi due momenti di verità che non devono essere persi. “Natura” e “io” sono soltanto i sintomi del disagio che proviamo nei confronti di questa realtà che risuona attraverso di noi e che chiamiamo inconscio.