La parola “laico” deriva dal greco “laicos”, che vuol dire “del popolo”, cioè “popolare” (“laos” vuol dire “popolo”; il suffisso “-icos” è usato per gli aggettivi).

Nella Chiesa questo termine venne introdotto in contrapposizione a “cleros”, il “clero”. “Cleros” vuol dire “parte scelta”: “scelta” non perché migliore, ma per fare un certo lavoro, il lavoro dell’altare per intenderci.

I laici erano il popolo di Dio, il clero erano i diaconi, i preti, i vescovi e il Papa.

Ora, è chiaro che nella Chiesa il “cleros” svolge una funzione i cui destinatari sono i laici, il popolo. Non è, quindi, il “cleros” un qualcosa che ha un potere sui laici e quando si parla di “potere sacro” si usa una dizione molto scorretta: non è un potere, è un servizio e i destinatari di questa funzione sono i laici, il popolo.

Come si è configurato nella Chiesa questo clero? Si è configurato, purtroppo, come un potere sacro che anche nelle manifestazioni appare più come potere che come servizio, contrariamente a ciò che diceva S. Gregorio Magno, il quale affermava: “io sono il servo dei servi di Dio”, un servo al massimo grado. I laici stanno ad indicare la parte non scelta.

La parola “laico” ha assunto poi un altro significato: quando nella storia dell’Europa cristiana si è verificata una certa separazione e opposizione tra il pensiero all’interno della Chiesa e il pensiero al di fuori della Chiesa, quest’ultimo, ossia il pensiero non teologico, venne chiamato “pensiero laico”. Secondo questa accezione il laico è colui che sviluppa un suo modo di pensare non partendo dall’Eterno, da Dio, dall’Assoluto, ma sviluppando un pensiero che prescinde dalla teologia.

Quindi, la parola “laicos” dall’indicare i destinatari del servizio che il clero doveva fornire (i fedeli), è passata ad indicare un modo di pensare: un modo di pensare che prescinde da qualsiasi fondamento e riferimento di carattere religioso o teologico.

Il laico è, nell’accezione corrente, il “secolarizzato”, cioè colui che vive la dimensione del “seculum” – il Mondo -, colui che porta avanti un pensiero immanente, cioè un tentativo di spiegare, di interpretare tutta l’esistenza senza fare riferimento ad un ente o essere trascendente.

Trascendenza è l’opposto di immanenza: quando parlo di “essere trascendentale” mi riferisco a Dio; quando parlo di immanenza mi riferisco alle spiegazioni possibili nei confini dell’esperienza umana.

Laico è sia l’ateo teorico, colui che nega l’esistenza di Dio, sia l’agnostico teorico, cioè colui che sostiene che il problema di Dio è indecidibile.

È chiaro che i laici che più apprezzo dal punto di vista del pensiero non sono gli atei teorici, ma gli agnostici teorici, i quali, riconoscendo i limiti della ragione umana, dicono: “può darsi che Dio ci sia o che non ci sia: comunque io non lo posso decidere”. Gli agnostici sono più coerenti degli atei teorici, perché questi ultimi non riescono ad essere veramente laici: hanno l’idea di Dio, ma non sanno da dove provenga quest’idea, non ne sanno spiegare l’origine e quindi sono incoerenti.

Ernesto Galli della Loggia è un laico – nell’accezione ultima – ed è un laico che definisco agnostico, quindi non un ateo teorico. In un articolo sul Corriere della Sera, intitolato: “Un secolo contro Dio. Il buco nero della nostra coscienza” – articolo pubblicato il giorno dopo lo svelamento del 3° segreto della Madonna di Fatima -, Galli della Loggia dice: “Ancora una volta nel corso di questo pontificato l’involucro del nuovo per antonomasia – la televisione – è stato chiamato a dare eco subitaneo, smisurato e universale alle profondità di quanto è di più antico. In onda da Fatima sui teleschermi del mondo, infatti, ha preso ieri forma e vita, ci è stata restituita nelle parole del Cardinale Sodano e in un gesto muto del Papa, la dimensione per noi quasi perduta della profezia. Quelli di Fatima erano i segreti profetici, cioè uno dei nuclei più misteriosi ed arcaici di ogni prospettiva religiosa…La profezia svolge per l’uomo di fede il compito che l’utopia si è riservata nell’ambito del mondo laico, ma con ben altra forza emotiva”. Ernesto Galli della Loggia mette non proprio sullo stesso livello “profezia” e “utopia”, fra le quali riscontra, però, delle analogie e somiglianze notevoli. La profezia è quella all’interno della vita religiosa, dell’esperienza religiosa; l’utopia è quella dei grandi uomini, dei grandi pensatori che hanno profetizzato un’ideale di società e di vita al di fuori della dimensione religiosa: quindi abbiamo una profezia religiosa e una profezia laica.

Quella laica la chiamiamo “utopia”. Che vuol dire “utopia”? Dal greco “ou-topos”, che vuol dire “non-luogo”, cioè non c’è alcun luogo ove questo ideale si possa realizzare.

La “profezia” è l’evocazione di una verità, un disvelamento più o meno indiretto di ciò che è stato, sarà o potrebbe essere; è una spiegazione del Mondo, è un invito a cambiarlo, come è anche l’utopia, ma con una differenza essenziale.

Due concetti si dicono “analogici” quando sono in parte simili e in parte dissimili; si dicono “equivoci”, invece, due concetti aventi lo stesso nome, ma che tuttavia sono totalmente dissimili. Se, per esempio, dico “gallo”, posso riferirmi sia all’animale sia all’abitante della tribù dei Galli: si tratta di termini equivoci, poiché pur essendo uguali si riferiscono a realtà totalmente differenti. Esempio di analogia: l’“essere” umano e analogo all’“essere” di Dio, perché è in parte simile (sia l’uomo che Dio “sono”), ma in grandissima parte dissimile, perché l’essere Suo è necessario, l’essere dell’uomo è contingente. Questa è l’analogia.

Quali sono, dunque, le differenze fra utopia e profezia? “Mentre l’utopia è l’opera dei dotti, la profezia, invece, si affida per lo più alla voce flebile ma alta e straziante degli umili, degli innocenti. Ma c’è altro: mentre l’utopia colta dei laici – la “Città del Sole” del filosofo Tommaso Campanella, l’“Utopia” di Tommaso Moro, ecc. – inevitabilmente annunzia il bene, la profezia comprende anche l’annunzio del male: accanto alla profezia del “Regno” c’è la profezia dell’“Anticristo”, la rappresentazione quanto più vera e drammaticamente umana dell’agone, cioè della lotta in cui si è inscritta la nostra esistenza”.

Nel marxismo c’è un progetto utopico, infatti si conclude con la realizzazione del paradiso sulla terra. Anche il nazismo è un’utopia: si realizza col raggiungimento della razza pura. Così anche il fascismo ha il suo “lieto fine”. Tutti i totalitarismi sono utopie. Anche quella del mercato perfetto, della concorrenza perfetta, è un’utopia. Tutte le teorie sono utopiche, perché pensano di aver spiegato tutto, di aver capito tutti i meccanismi. L’utopia è sempre annunzio del bene e vuole esserlo e in ciò pone il suo senso e il suo valore. Che senso avrebbe l’utopia se non si concludesse con una visione di bene completo e assoluto.

Ora, se consideriamo l’opera non tanto di Tommaso Campanella – filosofo e teologo domenicano che fece una brutta fine, fu accusato di eresia e morì in carcere -, quanto quella di Tommaso Moro, il grande cancelliere di Enrico VIII – che per la sua opposizione decisa alla trasgressione matrimoniale di Enrico VIII, fu condannato a morte e decapitato -, un uomo intelligentissimo, ebbene si pensa che l’“Utopia” di Tommaso Moro sia stata soltanto uno scherzo. “Utopia” era il nome di un’isola felice. Si tratta di un’opera ironica, l’ironia del cristiano nei confronti del pensiero laico, una caricatura, perché Tommaso Moro sapeva benissimo che quell’ideale, quell’utopia era semplicemente una creazione fantastica che non aveva nessuna possibilità di essere realizzata. Perché la scrisse? La scrisse come un esercizio letterario, di pura fantasia, di pura ironia nei confronti di quelli che a quel tempo cominciavano a pensare a certi progetti di utopia laica. È impossibile che un uomo così intelligente, così esperto conoscitore dell’animo umano come T. Moro arrivi a pensare che sia possibile e realizzabile un utopia così come la descrisse nella sua opera letteraria: l’isola della felicità. Per questo ci si è quasi convinti che sia stato un esercizio letterario avente anche lo scopo di fare ironia e caricatura.

Perché è necessario che le utopie abbiano sempre il lieto fine? Voi mi spiegate come si può fare altrimenti a muovere tante masse, a mandarle al suicidio, al martirio, se non gli si annunzia la prospettiva di una “palingenesi” dell’umanità, per cui non ci sarà più commistione tra bene e male, ma ci sarà soltanto il bene. Impossibile! Bisogna convincere tutti quanti che è possibile realizzare il regno di Dio in terra. Questa è l’utopia! Questa è l’utopia colta dei laici, del pensiero laico.

Siamo alle solite: si prendono categorie divine e si fanno discendere sulla terra. Questa è la grande bestemmia! Idolatrare il Mondo, trasformarlo da Mondo in Dio, dire che la storia è l’Assoluto, che la vita è l’Assoluto, che la libertà è l’Assoluto. Le categorie divine dell’Assoluto, dell’Eterno, stanno sempre dentro di noi, ma le applichiamo laddove non dobbiamo applicarle. Questa è l’utopia laica che non può non prevedere uno sbocco definitivo nel bene.

La profezia, invece, comprende anche l’annunzio del male: insieme alla profezia del regno anche la profezia dell’Anticristo. Diceva Pascal: “Cristo è in croce sino alla fine dei secoli e non lo si può più schiodare”. Le utopie laiche prevedono invece lo schiodamento, prevedono il passaggio dal Venerdì Santo alla Domenica di Resurrezione: per questo riescono a muovere masse intere.

Ritorniamo all’articolo di E. Galli della Loggia: “Quello che ieri ci è stato svelato come il 3° segreto di Fatima è riassumibile precisamente nella lotta tra la profezia religiosa e l’utopia dei colti, che ha avuto come teatro la storia del ‘900. Come del resto già in parte si sapeva, tutte le rivelazioni ai tre pastorelli portoghesi da parte della “Signora” che nel 1917 dissero di aver incontrato, riguardano le vicende di questo secolo e in particolare l’annunziata lotta dei sistemi atei contro il popolo cristiano e i suoi pastori. Chi vorrà negare oggi che questa lotta ci sia effettivamente stata – vi parlavo la scorsa volta del divieto della cultura corrente di porre la domanda su Dio: chi poneva la domanda su Dio veniva subito bollato come infantile; adesso sono i cosiddetti laici colti che pongono la domanda, o meglio, tornano a porsela – e che a condurla con crudeltà smisurata sia stata innanzitutto l’utopia comunista, non bastassero le migliaia e migliaia di morti disseminati da Varsavia sino a noi? Ne è testimonianza, del resto, la stessa persona di Giovanni Paolo II, vittima 19 anni fa di un attentato quasi certamente organizzato da uno di quei regimi. Ma non è solo il comunismo, a me pare, che oggi viene chiamato a rispondere. In realtà in ogni progetto di ateismo militante, in ogni utopia pan-umanistica si è annidata una potenzialità persecutoria e alla fine inevitabilmente omicida. Fino a prova contraria a concepire un Messico senza Dio, per esempio, e a dare una caccia spietata ai sacerdoti cattolici e ai contadini Cristeros non sono stati certamente i comunisti, bensì dei borghesi dall’immacolato pedigree liberal-massonico; così come atei militanti, addirittura adoratori pagani della divinità del sangue, sono stati anti-razzisti non per un cieco riflesso politicamente corretto, ma solo per debito di verità.

A noi piace pensare che l’interminabile via crucis di cui ieri ha detto il cardinal Sodano sia toccato, nell’Europa del ‘900, agli uomini e alle donne di molte fedi in un Dio unico, a cominciare dalla più antica di esse, quella del Dio di Abramo, nei paesi dell’Europa cristiana dopo 2000 anni di Cristianesimo. Il secolo alle nostre spalle ha assistito al più spaventoso, ampio e multiforme attacco ai fondamenti morali del monoteismo, che sono anche i nostri; e questo è il vero e profondo buco nero entro il quale la nostra coscienza storica è obbligata, per la profezia di Fatima, a fissare lo sguardo”. Questo è un pensatore laico!

L’utopia del bene, l’utopia colta, laica, aveva cominciato a serpeggiare anche nella Chiesa a partire dagli anni ‘60, prendendo il nome di “Umanesimo cristiano”.

Io entrai in seminario nei primi anni ‘60: dapprima nel seminario di Molfetta, poi, dopo un anno, mi trasferii alla facoltà teologica di Napoli. Questo proprio negli anni in cui era in corso il Concilio Vaticano II.

Mi ricordo certe affermazioni di quel periodo, ricordo il clima che c’era, il clima di palingenesi, le prospettive di un mondo nuovo. Seguivo le cronache del Concilio, mi aggiornavo, cercavo di capire e, per esempio, mi capitò sott’occhio l’intervento di un Vescovo, il quale innamorato del mondo nuovo che sorgeva negli anni ‘60, prendeva ad esempio, a modello di questo mondo nuovo – finalmente aperto, disponibile, libero da vincoli passati e da autoritarismi – un complesso di cantanti, i Beatles, con tutta la loro produzione. Diceva più o meno: “ecco il modello del mondo nuovo”. Povero Vescovo: era così preso dall’entusiasmo di questo nuovo umanesimo che non sapeva neanche che i Beatles, sia per comporre i testi che per suonarli, facevano largo uso di stupefacenti. Era così all’oscuro delle cose del Mondo che arrivò addirittura a proporre nel campo musicale i Beatles, non dal punto di vista estetico, ma dal punto di vista morale. Questo vescovo in piena seduta conciliare presentava i Beatles come gli antesignani, il modello del mondo nuovo.

Leggetevi con attenzione l’ultima enciclica del Papa di allora e vedrete questi inneggiamenti continui al mondo nuovo che venivano frenati dall’ala conservatrice ancora presente nel Concilio. Dovevano redigere un testo di compromesso, cioè accontentare quelli che la vedevano pessimisticamente. Ricordo le parole di Papa Giovanni XXIII, che spesso diceva: “io non voglio credere a questi profeti di sciagure”; non so a cosa si riferisse, ma è chiaro che quest’ala conservatrice aveva il timore del nuovo, lo vedeva come un qualcosa che aveva una base di pensiero diversa dal vecchio.

La base del pensiero conservatore è perfettamente la stessa del pensiero innovatore: se si capissero un po’ di più si accorgerebbero che le categorie mentali che hanno i conservatori e i progressisti sono le stesse.

Paolo VI, nel ‘70, disse una frase tremenda: “sento che il fumo di Satana è entrato nella Chiesa”; vedeva all’interno della chiesa una corruzione della fede, e la chiamava “il fumo di Satana”. Paolo VI aveva studiato tutto l’Umanesimo: quello che veniva dalla scuola francese di Maritain, ecc. Ci fu anche uno scrittore francese che, prendendo spunto dalla frase di Paolo VI, volle descrivere le varie situazioni che denotavano le entrate del “fumo di Satana” nella Chiesa. Ebbene, questo libro non fu mai tradotto, rimase solo in francese ed io per leggerlo dovetti procurarmelo tramite una libreria.

Ricordo le battaglie – battaglie ideali – che ho dovuto sostenere quando ero giovane prete nel ‘68 nei confronti del defunto arciprete di Mola. Io ero per un tipo di canti che fossero degni della celebrazione eucaristica, l’allora arciprete di Mola no: per lui bisognava cantare “così come oggi i giovani cantano”, perché così si attirano i giovani. Ed infatti i giovani venivano in Chiesa, si facevano una cantata e dopo continuavano a fare i fatti loro. Abbiamo combattuto tanto, con l’attuale Maestro del Coro di S. Ciro Francesco Defonte, per portare avanti il canto fatto bene, il canto gregoriano, il canto polifonico, oppure sceglievamo dei canti in italiano che avessero una certa impronta liturgica, ma non certo i Beatles che allora andavano di moda! Oltretutto quando si compone un canto che ha come oggetto Dio, cosa si fa? Si deve tener presente l’oggetto che si vuol celebrare e non le proprie esigenze, altrimenti non stai cantando Dio, ma i tuoi bisogni, facendoti di Dio l’immagine che più ti aggrada. È necessario uscire da sé stessi per celebrare il mistero dinanzi al quale ci si trova, cioè comporre un tipo di musica sacra che tiene sempre presente l’oggetto che celebra.

Ebbene, dieci giorni fa ho letto che i vescovi d’Italia sono ormai spaventati della situazione canora che c’è nelle Chiese: hanno fatto una selezione di tutti i canti, scegliendone appena 360 (uno al giorno per tutto l’anno) e scartando tutti gli altri.

Ma dico io, è possibile che ci vogliano più di trent’anni per capire certe cose!

Perché è accaduto questo? Perché la teologia si era trasformata in antropologia.

Cosa significa? Che non è più l’uomo a immagine e somiglianza di Dio, ma il contrario: mi costruisco un Dio secondo i miei bisogni. Il Dio dei conservatori era un Dio funzionale ai bisogni dell’epoca passata, il Dio dei progressisti era funzionale ai bisogni dei tempi che venivano, ma sempre funzionale era.

La religione – ricordatevelo – è l’uso degli attributi di Dio. Prima ci voleva un Dio conservatore che fosse garante dell’ordine pubblico, dello Stato, dei rapporti tra cittadini e società, un Dio ultimo garante dell’ordine. Questo era il Dio sciocco e stupido che volevano i conservatori, i quali temevano che, tolto di mezzo questo Dio tappabuchi, sarebbe stato in pericolo l’ordine sociale.

Il Dio dei progressisti era altrettanto sciocco e stupido. Sapete come lo chiamavano? Il “Dio Futuro”, cioè il Dio che sta in avanti. Questo era il Dio dei progressisti. Siccome era saltata tutta la struttura statica, conservatrice, avevano riscoperto cosa? Il futuro, l’andare avanti, il progresso. Allora Dio come doveva essere? Dicevano i teologi: “il futuro è l’altro nome di Dio”.

Erano due Dei falsi: uno garante dello status quo, l’altro garante del futuro. Ma questo è uno sfruttamento di Dio.

Queste erano le idee che circolavano e c’era il divieto di far domande.

Una bella definizione che ho trovato nel Concilio Vaticano II diceva: “La Chiesa è il sacramento di salvezza”. Parole straordinarie. Ma come veniva spiegata la parola “sacramento”? Così la spiegavano alla facoltà teologica: “sacramento” significa “segno e realtà”; il sacramento è ciò che è segno – l’ostia consacrata è il segno del corpo di Cristo -, ma anche realtà – realtà del corpo di Cristo. La parola sacramento veniva spiegata in questa maniera così ingenua e semplicistica. Ma per fortuna – ecco perché la Chiesa non viene meno alla verità – la Chiesa conserva tutte le parole sacre e nonostante queste parole spesso non vengano interpretate e spiegate bene, stanno sempre là e ci vuole un lavoraccio per capire cosa quelle parole significano veramente. Ora, è possibile che la parola “sacramento” significhi soltanto “segno e realtà” di salvezza? Che rapporto c’è tra la parola “sacramento” e l’essere “segno e realtà”? Perché si usa la parola sacramento e non, per esempio, la parola “banco” o “candela”? Ci deve essere un motivo per cui si usa la parola “sacramento”. Se la parola “sacramento” significasse solo “segno e realtà”, dov’è la profondità della parola, dov’è l’etimo della parola, dov’è il corredo di significato che la parola si porta insieme?

Cos’è il “sacramento”? La parola “sacramento” si forma sulla radice latina “sec-”, “secr-”, che sta alla base delle parole che significano “dividere”, “separare”, “secare”, “tagliare”. Perciò, la parola “sacramento”, prima di indicare la funzione, che è quella di essere segno e strumento di salvezza, mi fa capire perché riesce ad essere segno e strumento di salvezza: proprio perché è sacramento è segno e strumento di salvezza. Che vuol dire “sacramento”? Vuol dire “separazione”, “divisione”, “taglio”, ha la stessa radice della parola “sesso” – “sexus” vuol dire “tagliato”, nel senso che il sesso ci taglia, ci individua, siamo questo e non siamo altro.

Il sacramento, quindi, intanto funziona come segno e strumento di salvezza in quanto spacca, divide, separa.

Cosa vuol dire, allora, che la Chiesa è “sacramento”? La Chiesa è sacramento perché interviene come segno e strumento che spacca, lacera: è profezia di bene e di male. Non è un’utopia stupida. È sacramento perché critica – “crino” in greco vuol dire “giudicare” e giudicare vuol dire “separare” – radicalmente il Mondo non adattandosi a quello.

Nel prologo del Vangelo di S. Giovanni è scritto: “In principio era il Verbo, – in greco “verbo” si dice “logos” – il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1); poi aggiunge: “E il Verbo si fece carne…” (Gv 1,14).

Perché molti traducono “Dio si è fatto uomo”? Tanto più che la parola “uomo” non è presente nel testo greco?! Il testo originale recita: “Cai o Logos sarx egheneton…”. La parola “sarx” non vuol dire “uomo”, vuol dire “carne”: “E il Verbo si manifestò – “egheneton” vuol dire “divenne”, cioè si manifestò – come carne”.

Perché dicono, allora, che “Dio si è fatto uomo”? Per giustificare tutti gli umanesimi possibili e immaginabili. Dio non si è fatto uomo, si è fatto carne; non dice il Vangelo che “…apparve come uomo”, ma che “…apparve come carne”. Anche la parola “sarx” si forma sulla radice “sec-”: la carne è ciò che è tagliato, spaccato. “Logos”, invece, sta ad  indicare ciò che è unito, compatto – dal verbo “lego”, che vuol dire “unire insieme”. Sembra strano che ciò che unisce – “cai o Logos” -, appaia come colui che divide, che spacca per vedere che c’è dentro – “sarx egheneton”.

Ma perché poi proprio la “sarx” si manifesta come “maschio” in Gesù? Gesù è un maschio “eunuco” – “…ci sono quelli che si fanno eunuchi per il Regno dei Cieli”, (Mt 19,12) -, cioè un maschio che dice di sé e vive da “impotente”. Perché questa impotenza? Perché il Mondo è fatto di potenza e Cristo dice di sé stesso di essere un impotente, volontariamente impotente, per non entrare nel gioco di questo Mondo. Dice Gesù: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Perché son venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera;…” (Mt 10,34-35). È la nostra cultura che ha fatto di Cristo il re della pace. Ma la pace di cui parla Gesù – “Pace a voi” – non è la pace che da il Mondo, infatti Gesù dice a Pietro: “…tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”, (Mc 8,33). Questa è la grande spaccatura: ci sono due modi di pensare: un modo secondo gli uomini e un modo secondo Dio.

Il modo di pensare secondo gli uomini è decisamente l’opposto del modo di pensare secondo Dio e non c’è un modo buono di pensare secondo gli uomini.

Allora è necessario uscire dall’Umanesimo e la Chiesa ha bisogno di una filosofia che la metta in grado di uscire dall’Umanesimo. Che vuol dire “uscire dall’umanesimo”? Uscire dall’umanesimo vuol dire uscire dalla convinzione che l’“io” dell’uomo – che è il tratto distruttivo dell’umanità, perché per affermarmi come “io” devo passare sopra l’“io” dell’altro – non sta al di sopra o al centro delle cose, ma sta semplicemente al di fuori delle cose. Quando dirò che io, Felice Verni, non sto né al di sopra delle cose, come un Signore, né al centro delle cose, come un regolatore, ma semplicemente al di fuori delle cose, quando lascerò le cose in pace allora sarò uscito dall’umanesimo.

E quando l’“io” si mette al di fuori delle cose e non più al centro o al di sopra, appare come “coscienza”. Questa è la coscienza. La coscienza è l’“io” che smette di stare al di sopra o al centro delle cose.

Purtroppo tutta la teologia, a partire dagli anni ‘60 in poi, è stata una teologia umanistica, antropologica e antropocentrica. L’unica cosa buona che c’era nel pensiero tradizionale era il pensiero metafisico. Perché era importante il pensiero metafisico? Perché poneva l’accento non sull’uomo, sull’Umanesimo, ma sull’“essere”: l’uomo doveva uscire da sé.

La Chiesa ha, quindi, bisogno di una filosofia opportuna, di una nuova filosofia capace di distruggere e di azzerare tutte le disavventure e tutte le brutture che una filosofia umanistica, che pone l’uomo al di sopra e al centro delle cose, ha prodotto. Non che questa nuova filosofia non ci sia già, o che sia nuova: è soltanto il momento di riscoprirla. Delle voci e dei segnali, a tal proposito, ci sono. Ci sono voci e segnali di questa nuova filosofia, di questo nuovo pensiero capace di prendere le parole antiche e di restituirgli il loro significato originario, un pensiero che non stia al di sopra o al centro delle cose, per regolarle o per dominarle, ma che stia semplicemente al di fuori delle cose e che lasci che le cose siano: “Let It Be”, ossia “lascia che le cose siano”. Una delle poche cose buone che i Beatles hanno scritto!

Qual è questa filosofia? L’anno prossimo il corso di critica filosofica sarà proprio su questo tema: la “filosofia futura”, che, vedremo, non è futura, ma presente.