Leggevo sul Corriere della Sera una constatazione di un intellettuale che diceva: “dal mondo cattolico non può venire alcun progetto culturale”. Ho pensato che, finalmente, qualcuno ha fatto una osservazione intelligente. Chi scriveva, però, voleva quasi sminuire il mondo cattolico, la cultura cattolica, incapace ormai di progetti culturali. L’osservazione è giusta, il giudizio è sbagliato. Infatti, se questo intellettuale si rendesse conto di cosa si intende per “cultura” non farebbe questa osservazione. Quando la Chiesa ha avuto progetti culturali, sono stati guai per tutti quanti. L’Inquisizione faceva parte di un progetto culturale, proprio perché la Chiesa voleva, in quel determinato tempo, imporsi come produttrice di un progetto culturale, di un progetto di vita. Per fare questo doveva fornirsi degli strumenti, delle armi necessarie e per questo dovette mettere su la “Santa Inquisizione”, proprio per diffondere in maniera capillare il progetto culturale che avevano in mente gli alti dirigenti della Chiesa. Per cui, quando questo intellettuale dice che la Chiesa cattolica non è più capace di un progetto culturale, a me suona più come un elogio che come una accusa di incompetenza.

Abbiamo detto la scorsa volta che la cultura nasce quando ci si interroga sul senso della vita. Siccome non riusciamo a capire quale sia il senso della vita – in realtà lo sappiamo, sappiamo che la vita acquista il suo senso dall’atto finale che è quello della morte, ma non lo vogliamo accettare – costruiamo la cultura.

Quando ci si interroga sul senso della vita nasce la cultura, quando ci si interroga sul senso della morte nasce la filosofia. Quindi ogni progetto culturale è un tentativo, piuttosto scialbo, di rispondere alla domanda “qual è il senso della vita?” e di evitare di riconoscere che il senso della vita non è altro che il morire. Per non dirsi questa sacrosanta verità, cioè che il senso della vita è soltanto il morire, mettiamo su i progetti culturali.

Quelli che portano avanti i progetti culturali – secondo me – non sono dei veri intellettuali, sono dei culturali. L’intellettuale è diverso dal culturale. L’intellettuale (l’etimo della parola “intelletto” è  “intus-legere”, “leggere dentro”) è colui che legge la realtà dentro, in profondità, in maniera sincronica, cioè non ha bisogno di passare attraverso tappe successive, diacroniche, per capire quale sia il senso, la struttura ultima di una realtà. L’intellettuale è quello che ha uno sguardo sincronico, cioè immediato che gli consente di cogliere quella che è la struttura presente in tutti gli istanti successivi. Siccome la struttura che sta al fondo del nostro esistere è la morte, il vero intellettuale si pone dinanzi a questa realtà ultima, a questo senso ultimo del nostro esistere e riconosce la verità. Chi, invece, ha paura di riconoscere questa verità, si diletta a costruire progetti culturali.

Ora, proprio perché la fede ci pone dinanzi alle tre necessità estreme – una di queste tre necessità è la Morte -, dal punto di vista della fede cristiana non può venire nessun progetto culturale, perché la cultura lavora sempre su una rimozione continua, deve rimuovere questo senso ultimo dell’esistenza che è la morte. Soltanto rimuovendo dal campo della coscienza e mandando nel sottofondo l’intuizione di questo senso ultimo della vita, si può ideare, articolare e portare a termine il progetto culturale. Quando la cultura riesce a rimuovere abbastanza bene, in maniera quasi perfetta questo senso ultimo dell’esistenza che è la morte, allora la cultura si organizza e diventa “Mondo”.

Il Mondo è l’organizzazione, completa o quasi, decisiva, perfetta, autoreferenziata di un progetto culturale.

La cultura è l’altro nome del Mondo, e viceversa. Il Mondo è un discorso. Attenzione: il Mondo è diverso dalle cose della “Terra”. Le cose della Terra sono una realtà, il Mondo è tutto il discorso interpretativo, voluto e forzato che noi facciamo sulle cose e sulla realtà. Quando questo discorso diventa perfetto, quando diventa un ragionamento completo, autosufficiente, non riferito più ad altro, ma solo a sé stesso, questo discorso diventa Mondo.

Il Mondo è l’insieme delle chiacchiere perfette che noi diciamo sulle cose della Terra, è l’insieme strutturato, ben legato, dei sensi che noi attribuiamo alle cose della Terra. Il Mondo è il discorso perfetto, la “Ragione”.

Perché, come cristiano, io odio il Mondo? Odio il Mondo innanzitutto perché Gesù mi ha detto di odiare il Mondo. Ho l’obbligo di odiare il Mondo perché il Mondo è un ragionamento falso, è l’insieme delle nostre interpretazioni.

Esiste un sapere che si chiama “ermeneutico”, secondo il quale tutta la realtà consiste nei discorsi, nelle interpretazioni che noi facciamo dei “testi”. Il “testo” può essere un banco, un mattone, una casa, una persona. Su questi testi noi facciamo il contesto, cioè diamo delle interpretazioni. Il Mondo è l’insieme delle interpretazioni.

Quanto valgono queste interpretazioni? Niente! Valgono soltanto il valore che noi gli attribuiamo. Questa è l’ermeneutica, l’unico sapere che oggi va di moda. Anche se, attualmente, nel campo dell’ermeneutica esistono delle grosse crepe, infatti ci si chiede se esista uno zoccolo duro della realtà che sta al di là delle nostre interpretazioni oppure se la realtà è tutta soltanto interpretazione. Questa è la domanda che Umberto Eco si pone nel suo ultimo libro, “Kant e l’ornitorinco”.

L’ermeneutica è un sapere soggettivo, perché può esistere l’interpretazione dell’interpretazione (esempio: se tu interpreti una cosa, io, poi, ascoltandoti interpreto la tua interpretazione e così all’infinito).

Alcuni dicono: “non è forse la cultura l’insieme delle opere dei grandi musicisti, scultori, poeti, ecc…?”. Quella non è la cultura, quelle sono espressioni della cultura di un tempo. Intanto quelle espressioni sono grandissime in quanto sono dei sintomi. L’opera d’arte veramente grande, geniale, è proprio quella in cui si notano le contraddizioni della cultura del momento. Noi abbiamo gli epigoni di certe culture, abbiamo gli amanuensi di certe culture, i “laudatores” di certe culture, quelli che vivono all’interno di queste culture e non riescono mai a farne capire le crepe.

Tutte le culture hanno alla base la paura, il terrore del senso dell’esistenza. È un modo per trovare un senso per vivere, anche se sciocco, stupido: l’essenziale è che ci sia un senso per vivere.

La domanda che spesso mi pongono è: “se tu distruggi tutto, che senso ha vivere?” Il senso del vivere sono le interpretazioni, le ermeneutiche che facciamo continuamente. Ci sono le grandi ermeneutiche, le grandi opere d’arte. È proprio nelle grandissime opere d’arte che notiamo le contraddizioni: il Barocco della musica di Bach, per esempio, è grandissimo, perché dopo Bach il Barocco non ha più senso. Bach viveva tutta la contraddizione del Barocco. Una musica più romantica del Romanticismo di Beethoven non esiste, perché Beethoven porta al massimo, fa esplodere le contraddizioni del Romanticismo; un Esistenzialismo che vada al di là di Sartre è impossibile, perché Sartre fa scoppiare tutte le contraddizioni dell’Esistenzialismo; una Semiotica che vada al di là di Umberto Eco non è possibile, perché nell’ultima opera – grandissima – di Eco viene messa in evidenza la contraddizione della Semiotica e dell’Ermeneutica. Queste grandissime opere fanno capire a quale bisogno dell’essere umano risponde la cultura.

Uomo di cultura non vuol dire uomo di nozioni, perché aver immagazzinato nella mente tante nozioni è niente, questo lo può fare un registratore.

Ormai da due secoli a questa parte gli intellettuali europei (che in realtà sono dei culturali) soffrono di un “disturbo bipolare”, che è quello dell’utopia, da una parte, e della depressione malinconica dall’altra. Quando questi intellettuali li vedete in televisione, sono tutti preda della grande utopia; quando ci parlate personalmente vi accorgete che sono preda della depressione malinconica. Questi intellettuali (alias culturali) credono fortemente in questi progetti utopici, ma si rendono conto che questi ideali utopistici, purtroppo, possono essere incarnati solo da perfetti mascalzoni umani: il Comunismo, come utopia, non poteva essere realizzato se non da Stalin; il Nazismo non poteva essere realizzato se non da Hitler. Anche nella storia della Chiesa ci sono molti esempi di mascalzoni umani.

Questi intellettuali si accorgono che, da una parte le loro grandi utopie non si possono realizzare se non per opera di grandi criminali e dall’altra si rendono conto che la realtà non si piega alle loro idee e questo li fa andare in depressione malinconica.

Il vero intellettuale è colui che passa la giornata fra il senso del ridicolo e il senso dell’annoiato: il senso del ridicolo, perché si rende conto di quante stupidaggini, di quanti progetti culturali l’essere umano deve mettere in atto per dare un senso al suo esistere; il senso dell’annoiato quando il Mondo pretende che egli prenda seriamente tutti questi tentativi.

Chi ha svelato la contraddizione e l’impossibilità, o illusorietà, dei progetti culturali? È stato un grandissimo filosofo tedesco del 700: Emmanuel Kant. L’opera più importante di Kant è la “Critica della Ragion Pura”: si tratta di una critica feroce ai culturalisti, i quali pretendevano di far sgorgare la realtà dalla propria ragione, dalla propria testa. Questa ragione non aveva alcun obbligo di scontrarsi, di fare i conti con ciò che sta fuori della propria testa; questi culturalisti avevano, cioè, la pretesa di poter dettare legge alla realtà partendo dalla propria ragione. Ecco il senso della “Critica della Ragion Pura”, pura come il Mondo (la parola “Mondo” significa “puro”). Puro da cosa? Puro da qualsiasi riferimento ad altro.

Kant cerca di far capire ai razionalisti che è inutile cercare di negare il limite che viene dalla realtà che sta fuori di noi: negando tale limite si vive solo di fantasie ed immaginazioni, come gli utopisti, i quali se la prendono se la realtà non si adegua alle loro idee. La “Critica della Ragion Pura” descrive, quindi, la necessità da parte dell’uomo di fare i conti con una realtà che sta fuori della ragione e che ne diventa il limite. Ecco perché non possiamo non dirci tutti quanti kantiani.

Qual è la soluzione di Kant? È una soluzione mista: la ragione ci mette certi schemi mentali; dall’esterno viene qualcos’altro; questi due movimenti si incontrano e formano i “concetti”. Ma che concetti sono questi? Sono quelli che dipendono unicamente dalle categorie che abbiamo nella nostra mente. Allora bisogna ammettere che tutti quanti abbiamo le stesse categorie mentali, perché se ognuno ha categorie mentali diverse i concetti sono diversi l’uno dall’altro. Perciò, al di sopra di tutte queste menti, che sono singole, ci deve essere – diceva Kant – un “io – un soggetto – trascendentale”, valido per tutti. Quindi, – dice Kant – se qualcuno non è in sintonia con l’“io trascendentale” bisogna aggiustargli il cervello.

Anche per Kant, nonostante lo sforzo di portare l’uomo a fare i conti con la realtà esterna, tutta la conoscenza si risolve in un atto puramente mentale. La sua grandezza consiste nell’aver chiamato “fenomeno” la conoscenza che noi ci formiamo. Però Kant avverte che al di là delle cose che appaiono, che noi conosciamo, che noi stessi organizziamo, c’è il “noumeno”, che significa “il pensabile”, cioè io penso che ci sia un qualcosa fuori di me che, però, è pensabile, ma non conoscibile: questo è il limite dei progetti culturali dell’uomo. L’uomo è destinato a fare progetti culturali partendo da un piccolo input proveniente dall’esterno e dalla massa di categorie che stanno nella sua mente.

Nasce così la filosofia della vera modernità. L’uomo moderno non è l’uomo sicuro di sé; l’uomo rinascimentale era convinto di essere un microcosmo, specchio del macrocosmo e tutto ciò che era in lui era anche fuori di lui, perciò gli bastava “prendere” dentro di sé, poiché dentro di sé si rispecchiava tutta la grandezza del cosmo. Il moderno è un intellettuale/culturale già avviato alla depressione malinconica, perché, dopo Kant, si rende conto che c’è una realtà al di fuori di sé che non può mai conoscere. Quando due persone sono l’una di fronte all’altra conoscono il fenomeno dell’altro, cioè solo quello che appare, ma cosa siamo dentro non lo sappiamo mai. Guai quando qualcuno di noi dice: “io quello lo conosco bene”, allora cominciano i guai. Fra marito e moglie capita spesso che l’uno dica all’altro: “ma io no ti conoscevo così!”, magari dopo trent’anni di matrimonio. L’errore di tanti matrimoni è quello di non aver studiato Kant.

Noi, oltre all’aspetto cognitivo, abbiamo un aspetto affettivo-emotivo e voi capite bene come l’aspetto affettivo-emotivo possa influenzare quello cognitivo, facendoci vedere le cose non per quello che sono in realtà, ma per quello che noi vogliamo che siano.

A che serve la conoscenza? Ogni conoscenza è un tentativo di previsione, si vuol conoscere per prevedere. Perché si vuole prevedere? Per difendersi, perché se non si può conoscere veramente l’altro non ci si può neanche difendere dall’altro. Allora è necessaria una conoscenza pura, in modo tale che io sappia che l’altro è stato, è e sarà sempre così. Dicevano i Pragmatisti americani che è difficile trovare persone che conoscano per il puro gusto di conoscere: noi vogliamo conoscere per prevedere e vogliamo prevedere perché ci vogliamo difendere. Dentro di noi abbiamo l’intuizione di non conoscere mai veramente come stanno le cose, perché c’è sempre un residuo di realtà irrisolta che rimane lì, non può essere mai conosciuta, ma che può essere solo pensata nella sua esistenza. Tutti i progetti culturali si scontrano proprio con questo residuo “pensabile ma non conoscibile”.

Questa è la grandezza della “Critica della Ragion Pura” di Kant ed è per questo che non possiamo non dirci tutti kantiani.

Essere convinti kantiani, però, è una cosa, vivere come kantiani è un’ira di Dio, perché vivere ed accettare queste grandissime convinzioni diventa difficilissimo se non impossibile. Abbiamo sempre bisogno di queste certezze conoscitive, di conoscere le cose in maniera esaustiva, di avere la certezza di poter porre dei progetti culturali veri. Ecco il dramma di questi uomini raffinati, ma culturali, non intellettuali: passano sempre dall’utopia alla disperazione malinconica. Non sanno vivere col senso del ridicolo e molto spesso col senso dell’annoiato: col senso del ridicolo quando ci si rende conto che il Mondo prende sul serio tutti questi progetti culturali; col senso dell’annoiato quando il Mondo comincia a pretendere che questi progetti culturali vengano presi seriamente da tutti.

La fede non ha alcun progetto culturale, perché la fede è proprio una critica feroce su questi tentativi, ancora infantili, di aggrapparsi a qualcosa per dare un senso al nostro esistere. Noi sappiamo che la cultura è l’insieme dei sensi che inventiamo per poter avere il coraggio di vivere ed esistere, ma non siamo ancora capaci di liberarci da questi sensi: siamo kantiani, ma non riusciamo a vivere alla maniera kantiana.

Diceva Marx: “Ogni società – quindi ogni cultura – genera da sé i germi che creeranno l’opposizione dialettica alla cultura in cui sono nati e la porteranno alla rovina e alla catastrofe”, perché poi si formi ancora un’altra cultura. Così come nella parabola del fariseo e del pubblicano l’“io” del fariseo è il fenomeno, il pubblicano, invece, che sta in fondo al tempio, è la coscienza. La coscienza è un “io” che si è ormai esaurito. La coscienza, proprio perché si trova dinanzi al noumeno, all’inconoscibile, che è Dio stesso, non dice più “io”, perché sa che dietro questi progetti culturali dell’“io” c’è soltanto una volontà che le cose stiano così come io voglio, ma le cose stanno diversamente. Nella parabola del fariseo e del pubblicano c’è la dialettica tra fenomeno e noumeno, tra l’“io” e la coscienza.

Dice Gesù: “Io vi dico: questi – il pubblicano – tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro – il fariseo –, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14). Il fariseo tornò a casa ancora più appesantito dal suo “io”, dai suoi progetti culturali; il pubblicano tornò a casa perdonato, perché in lui era nata la coscienza. La coscienza è conoscenza della distanza, del noumeno e della sua incomprensibilità. L’“io” è il fenomeno, la coscienza è il noumeno.