Quando si vive una bella esperienza, fai di tutto per mantenerne vivo il ricordo attraverso qualsiasi mezzo che ne faccia da cassaforte (fotografie, scritti etc).
Ho voluto riportare su di un foglio, anche se mi manca la capacità necessaria ad ottenerne una accettabile descrizione, alcune sensazioni vissute nell’arco temporale di tre giorni, nel mese di Agosto.
Vivo, come molti di noi, in una grande città e conduco una vita che può definirsi normale.Per l’inizio del mese di Luglio avevo programmato, già da qualche tempo, un pellegrinaggio di pochi giorni in Bosnia, a Mediugorije, dove avevo già avuto modo, negli anni trascorsi, di aprire il mio cuore all’ascolto di una voce interiore che in maniera imperiosa cominciava a farsi sentire sempre piu’.
A metà Luglio, dopo aver trascorso alcuni giorni anche in Croazia, rientro in Italia, con il cuore ancora pieno di gioia per quello che avevo vissuto e che aveva lasciato in me un segno ancora piu’ profondo rispetto al precedente pellegrinaggio; infatti avevo partecipato ad un incontro presso la comunità del “Cenacolo” con la veggente Mirjana ed il giorno seguente ero presente al momento in cui la Beata Vergine le appariva, il 2 di ogni mese (chi volesse vedere il filmato di una apparizione avvenuta può cliccare quì). Avevo effettuato la salita sul monte delle apparizioni, avevo presenziato all'”Adorazione Eucaristica” serale.In maniera casuale incontro un amico che mi racconta della sua breve esperienza fatta nella Abbazia della Madonna della Scala a Noci in provincia di Bari.
Avevo pensato spesso ad una vacanza di tipo contemplativo ed avevo fatto già una piccola ricerca del luogo piu’ idoneo. All’improvviso qualcosa è scoccata nella mia mente ed ho deciso di non lasciarmi sfuggire l’occasione anche questa volta. Ho inviato una richiesta via internet all’Abbazia per avere ospitalità presso di loro per un breve periodo di tre giorni e vivere da vicino la vita monastica. Ho ricevuto in breve conferma per la disponibilità.Noci dista da Bari circa 45 chilometri. In mezz’ora, di buon mattino, ero sul posto. In portineria ho chiesto del padre benedettino che avevo come riferimento e dopo le presentazioni di rito ero già nella nuova dimora. Mi sono trovato all’improvviso immerso in un ambiente ovattato, un edificio imponente, un parco ben curato ed un chiostro interno che, risistemato lo scorso anno faceva riflettere sulla pietra bianca un sole che aveva appena fatto capolino nel nuovo giorno.
All’ingresso della foresteria un avviso ammoniva: ” Fratello, a te che sia pure per breve tempo ti ritiri in questa casa di Dio, i monaci danno il più cordiale benvenuto e rivolgono un pressante invito al silenzio, non come divieto di parlare, ma come condizione necessaria per l’ascolto della voce dello Spirito “. Avete presente quando si cerca una strada ed all’improvviso una freccia indica la direzione da seguire? Ecco mi trovavo nella direzione giusta. Era quello che cercavo.
Nella stanza assegnatami, modesta, con un affaccio su un filare di cipressi intervallati da alberi di fichi e da cui a mala pena si poteva scorgere la strada che da Gioia del colle portava a Noci, ho trovato, a disposizione dell’ospite, due libri fondamentali per la vita cristiana, la Bibbia ed i Salmi.
E’ sempre stata mia abitudine, entrando per la prima volta in un nuovo ambiente, una nuova città, una nuova nazione, documentarmi su quali fossero le regole di vita di quell’ambiente. Ho chiesto della possibilità di leggere la “Regola” di San Benedetto, e ricevuto il libretto l’ho scorso con una certa curiosità, soffermandomi su alcuni capitoli relativi alla condotta di vita monastica, per me impensabili fino a qualche istante prima. Uno fra tutti, quello di svegliarsi alle due di notte per una preghiera comunitaria. A me, che avevo sì voglia di adeguarmi subito alla “Regola”, ma che sono abbastanza dormiglione, è venuta subito la pelle d’oca e guardando il mio borsone con quella poca roba di ricambio che avevo con me ho subito pensato: “me ne vado alla chetichella finché faccio in tempo”.
L’impatto è notevole specie se ti sei adagiato con una vita piuttosto comoda. Ho subito chiesto lumi al padre benedettino che mi ha subito rassicurato che la “Regola” era stata scritta da San Benedetto alla fine del ‘400 ma che nel corso dei secoli era stata resa di volta in volta piu’ vicina ai tempi correnti.
In sintesi la giornata tipica della Abbazia prevedeva:
-Sveglia alle 5,00
-Il mattutino alle 5,30
-Le lodi alle 7,00
-Colazione alle 7,30
-Dalle 8,00 alle 12,40 attività varie di lavoro, studio etc.
-Alle 12,45 l’ora media
-Alle 13,00 il pranzo
-Alle 16,00 i Vespri
-Alle 18,30 la Messa
-Alle 20,00 la cena
-Alle 21,00 la Compieta
Una giornata abbastanza impegnativa.
Sono stato esonerato, in qualità di ospite, da qualsiasi tipo di lavoro, nonostante avessi offerto la mia disponibilità, e mi è stata messa a disposizione la biblioteca dove poter effettuare una sana lettura orientata allo spirito.
Ho rivolto una particolare attenzione ad osservare quelle cose che vedevo per la prima volta.Le preghiere comunitarie:
Al rintocco della campana tutti i monaci si raccolgono in Chiesa ed in maniera ordinata vanno ad occupare il loro posto in quegli scanni che sono presenti in tutti i monasteri, sul retro dell’altare principale, dove intonano in maniera corale i salmi del mattutino, delle Lodi, dell’ora media, dei vespri e della compieta. La modularità della voce che prorompe dal coro riempie di gioia al punto che vorresti che non finissero mai. Bellissima sensazione! Mi sono sforzato di seguirli, ma la mia voce usciva stonata in tanta melodia ed ho preferito solo ascoltare.

I pasti:
Quando tutti sono presenti in refettorio, pronunciata la preghiera prima del pasto, un tocco dell’abate comunica che si può dare inizio al pasto. Un monaco, a turno settimanale, mentre gli altri mangiano, da un leggio ubicato in posto separato dai tavoli, legge alcune letture, passi della vita dei santi, ecc. per tutta la durata del pasto. Il tutto si ripete anche durante la cena. E’ inutile parlare della genuinità del cibo.

Il silenzio :
Tutto nell’Abbazia è silenzio. Tranne che nei momenti di incontro comunitario si vive in completo isolamento. Ho effettuato passeggiate nel parco, all’ombra di alberi secolari, ho effettuato letture nella mia stanza, mi sono soffermato nel chiostro al tramonto ed alla sera a guardare il pezzo di cielo quadrato che ne viene ritagliato, ma la cosa che mi ha affascinato è stato il silenzio. Il silenzio ha una sua voce che riconosci dal cinguettio delle rondini, che in città non vedevo da anni, nello sgorgare dell’acqua che irrora un tappeto di erba nel giardino, nel rapporto che riesci ad instaurare con te stesso immerso in una realtà che non ha più dimensioni di tempo e di spazio. Chiudere gli occhi, rivedere mentalmente il caos della vita di tutti i giorni, riaprirli e trovarsi trasportati in una altra dimensione. Ma non è fantastico?

Il primo giorno sono stato accolto da un vento insistente di tramontana che con la sua frescura voleva significare che i quarantacinque gradi dei giorni precedenti erano solo un brutto ricordo. Di sera, all’improvviso il vento è calato e dal sipario del “Grande Regista ” è apparsa una serata mite, con un cielo trapunto di stelle che apparivano in tutta la loro bellezza senza l’inquinamento luminoso della città. Erano le 22.30 del primo giorno con dentro ancora l’abitudine ad andare a letto dopo aver visto il penultimo programma tv (all’ultimo non ci sono mai arrivato ). Un pensiero improvviso mi ha ricordato che l’indomani c’era la sveglia alle 5. Come quando prendevo l’aereo da Bari per Roma o per Milano, per paura di non sentire la sveglia, ogni ora guardavo l’orologio, così è stato per quella notte. A posteriori ho considerato la preoccupazione molto relativa perché dalle 4,30 del mattino la sveglia c’è stata in maniera molto naturale: un canto del gallo che era in un pollaio a poche decine di metri dalla mia finestra. Il suo chicchirichì pieno è un inno di gioia al giorno che stà spuntando. Il terzo giorno ero già in attesa della sveglia naturale delle 4,30.

Nel breve lasso di tempo trascorso nel monastero ho avuto modo di scambiare qualche parola solo con tre persone:

Padre Antonio:
Era il mio “contatto” con il mondo dei Benedettini. La lunga chiacchierata su’ e giù per il parco, un frate giovane, addetto alla foresteria, molto preparato. È stato un colloquio di quelli dove si parla a ruota libera, con domande e risposte, a mente serena ed in toni confidenti, con cenni alla vita trascorsa, alle aspettative, come quelli che se fossero fatti piu’ spesso in famiglia porterebbero sicuramente qualche beneficio in piu’ alle singole persone.

Padre Giovanni:
Il frate delle massime, che esprimeva spiritualità da ogni poro della pelle. Ho rotto il ghiaccio con lui chiedendogli, dopo averlo sentito nelle preghiere comunitarie: “Mi scusi, padre, ma lei è Veneto?”. “ Sì, sono di Verona”, è stata la risposta e da quel momento per una buona mezz’ora c’è stata una valanga di aneddoti che tirava fuori con un disincanto tale da dire dopo: “ma è già trascorso tutto questo tempo? Guarda che non sono un chiacchierone” e giù un sorrisino ironico. Mi è rimasta impressa una sua frase, fra le tante : “Io al mattino prego il Signore così: Signore sò che ti creo tanti problemi, ma non ti preoccupare, vedrò di darti una mano a risolverli”. Dimostrazione del livello di amicizia con Dio.

Giovanni:
Un giovane laico, in ritiro di una settimana presso l’Abbazia per una lettura interna del suo animo. Un giovane di 28 anni, che in un percorso di fede iniziato non piu’ di un anno prima, mostrava una maturità tale nell’approccio alle cose divine che mi ha quasi messo nella condizione di chiedere a lui dei consigli. Una cosa inaspettata per me, uno star lì ad ascoltarlo e notare quanta serenità e pace uscivano dalla sua bocca, dal suo cuore.

Il pomeriggio del terzo giorno era già trascorso ed il sole che diventava sempre piu’ rosso rivestendosi dei bei colori del tramonto, abbracciava un cielo terso, quasi a ricordarmi che la mia breve esperienza volgeva al termine.
Quando la mente è ancora così inebriata da tutto quello che ha vissuto, ogni movimento che porta al distacco diventa pesante. Ho raccolto la mia valigetta, ho salutato, ed allo stesso modo con cui il cancello si era aperto al mio arrivo, così l’ho visto riaprirsi per il mio ritorno a casa.
Anche se dovessi ripetere mille volte la stessa esperienza, non sarà mai la stessa della prima volta, quella che mi ha portato da un “caos noto” di tutti i giorni ad una pace della cui esistenza avevo perse le tracce.
Tutto quello che è stato descritto con riferimento a persone e cose è il risultato di una sensazione emotiva.

Per ulteriori ragguagli sull’Abbazia della Madonna della Scala, vi rimando al sito http://www.abbazialascala.it